Il mio antenato Remigio Vieri, Patriota nel Risorgimento

 


Nel 1848 il mio trisnonno toscano Remigio Vieri, padre della mia bisnonna Teresa Vieri, combatté come volontario nella Prima Guerra d’Indipendenza contro l’Austria. Attraverso antichi documenti che ho ritrovato negli Archivi di Stato ho voluto ricostruire la sua vicenda di Patriota nel Risorgimento.

L'Italia nel 1848 (da www.francescogiuliani.net)

Nel 1848 l’Italia non era ancora una Nazione, ma un mosaico di Stati, ognuno con le sue leggi, i suoi sovrani, i suoi sogni, le sue paure. Eppure, sotto quella superficie frammentata, qualcosa stava ribollendo. Nelle città, nei caffè, nelle università, si parlava sempre più spesso di libertà, di costituzioni, di un popolo che voleva finalmente decidere del proprio destino. Le idee correvano veloci, come se un vento nuovo soffiasse da nord a sud.

Nel marzo 1848 arrivarono le notizie da Milano: la città si era sollevata contro gli austriaci. Le barricate, le campane che suonavano a martello, la gente comune che combatteva fianco a fianco. Le “Cinque Giornate di Milano” accesero l’immaginazione di tutta la penisola. Sembrò a molti che fosse arrivato il momento tanto atteso: l’Italia poteva davvero liberarsi dal dominio straniero.

Episodio delle Cinque Giornate di Milano - dipinto di Giulio Gorra

Carlo Alberto, Re di Sardegna, decise di muoversi. Il 23 marzo 1848 dichiarò guerra all’Austria. Fu come gettare una scintilla su un campo già secco: l’entusiasmo esplose ovunque. Giovani e meno giovani si offrirono volontari, convinti che quella fosse la prima vera occasione per costruire un’Italia unita.

Re Carlo Alberto - dipinto di Rodolfo Morgari 

La Toscana si risveglia

Anche in Toscana l’aria era cambiata. Firenze, con i suoi salotti e le sue piazze, era diventata un crocevia di idee liberali. Il Granduca Leopoldo II, pur prudente, aveva concesso la costituzione, e questo aveva dato coraggio a molti.

Granduca Leopoldo II d’Asburgo Lorena - dipinto di Pietro Benvenuti

Quando arrivò la notizia della guerra, la Toscana reagì come un solo corpo. Nelle strade si organizzavano comitati, si raccoglievano fondi, si arruolavano volontari. Non era solo politica: era un sentimento profondo, quasi viscerale. L’idea che altri italiani stessero combattendo per la libertà rendeva impossibile restare a guardare.

I volontari toscani: un popolo in cammino

Dalla Toscana partirono in tanti. Alcuni erano studenti che avevano lasciato i libri sul tavolo, ancora aperti. Altri erano artigiani che avevano chiuso la bottega senza sapere quando l’avrebbero riaperta. C’erano professori, contadini, professionisti, guardie civiche, giovani pieni di ardore e uomini più maturi che sentivano di dover dare l’esempio.

Li muovevano motivazioni diverse, ma tutte sincere: il sogno di un’Italia libera, il desiderio di partecipare a un cambiamento storico, la speranza di un futuro più giusto. Molti non avevano mai imbracciato un fucile, ma questo non li fermò. Camminavano verso il fronte con una strana miscela di paura ed entusiasmo, cantando inni patriottici e immaginando la gloria.

Tra di loro, anche il mio trisnonno, Remigio Vieri.

Chi era Remigio Vieri?

Il mio trisnonno Remigio Vieri era nato il 7 giugno 1826 a Monticiano, in provincia di Siena. Monticiano è un piccolo villaggio al limite delle Colline Metallifere, posto su una piccola altura a circa 400 metri sul livello del mare. Sorge alle pendici del Monte Quoio, vicino all’Abbazia di San Galgano, lungo l’antica Strada Maremmana, ed è delimitato dai fiumi Merse e Farma. 

Monticiano - Chiesa di san Giusto e Clemente

Il territorio fu abitato già in epoca preistorica, mai primi documenti storici risalgono alla fine del 1100, quando il feudo di Monticiano fu conteso tra Siena e Volterra per lo sfruttamento delle miniere di ferro. La costruzione dell’odierno paese cinto da mura risale alla metà del Duecento, sotto il dominio di Siena; passò poi sotto il dominio di Firenze e successivamente divenne feudo dei conti Pannocchieschi d’Elci, la cui signoria si protrasse sino alla metà del Settecento.[1]

Monticiano - Palazzo Comunale

Remigio era il secondo figlio di Girolamo Vieri, zappatore e pigionale (contadino che aveva in affitto un podere), e di Faustina Poccioni, filatrice, originaria di Chiusdino, paese a pochi chilometri da Monticiano. 

Remigio trascorse l’infanzia e la giovinezza a Monticiano. La sua non fu un’infanzia serena, perché le condizioni economiche e sanitarie della famiglia erano molto difficili. Due mesi prima della sua nascita era già morto, a soli 2 anni di età, il fratello maggiore, Cornelio. Quando Remigio aveva 8 anni, nel 1834, morirono, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, due suoi fratelli minori, Giovanni e Caterina. Nel 1836, a soli 31 anni, la madre di Remigio, Faustina Poccioni, improvvisamente si ammalò e morì. Remigio, a soli 10 anni, si trovò così orfano di madre. L’anno dopo, Il padre Girolamo si risposò con Agata Citerneschi, una giovane di Monticiano di 25 anni, guardiana di bestie. Nel dicembre del 1938 Agata partorì due gemelli, Luigi e Caterina, che però morirono dopo pochi giorni.  Nel settembre del 1840 Girolamo e Agata ebbero un terzo figlio, Adautto, che morì lo stesso giorno della nascita.[2]

Le case di Monticiano erano modeste: al piano terra c’era la stalla dove stava l’asino, animale posseduto da quasi tutti in paese per la sua utilità nei trasporti e nel lavoro. Nella stalla si potevano trovare anche animali da cortile, anche se solitamente questi venivano allevati ai “massi”, costruzioni situate poco fuori dal paese che ospitavano maiali e altri animali. Sempre al piano terreno c’era la cantina, che serviva per conservare le provviste.

La casa era costituita da poche stanze che venivano utilizzate per dormire, arredate con letti in ferro e mobili spartani. L’acqua corrente non c’era e quindi bisognava andare a prenderla quotidianamente alla fonte. Non c’erano nemmeno i gabinetti, per cui chi aveva le stalle per i muli le usava anche per vuotare i vasi dei gabinetti.

Monticiano - Cucina di una casa

La stanza più importante della casa era la cucina, il locale più spazioso, dove la famiglia si riuniva per mangiare e compiere una serie di altre attività. Era in cucina che i membri della famiglia passavano del tempo insieme; sempre in cucina si ricevevano gli ospiti e ci si scaldava durante il freddo invernale.

Il centro della cucina era il focolare, fornito di fornello per cucinare. Il focolare era piuttosto ampio (generalmente occupava un’intera parete) in modo da consentire alle persone di stare sedute intorno al fuoco per scaldarsi e vegliare la sera. Sopra c’era solitamente una mensola con oggetti d’uso quotidiano e lì era appeso anche il paiolo. Sul soffitto venivano appesi ad essiccare i salumi.

Su un’altra parete c’era la piattaia, anche se in molte cucine mancava l’acquaio per cui i piatti venivano lavati in un catino con l’acqua presa alla fonte. Al centro della stanza il tavolo con le sedie e, in un angolo, altri due oggetti di fondamentale importanza per la casa: la madia, che serviva per impastare il pane e per conservarlo, e il cassone per la farina di castagne.[3]

Nel censimento della popolazione del Granducato di Toscana, voluto nel 1841 da Leopoldo II e gestito attraverso i Parroci, Remigio all’età di 15 anni è indicato come “campagnolo” e “indigente”, così come i genitori, Girolamo e Agata. Unica nota positiva, il fatto che il censimento indichi che Remigio sapesse leggere e scrivere, una competenza che gli fu di grande aiuto per migliorare la sua condizione.[4]

Monticiano - A sinistra, la scuola ove studiò Remigio Vieri

Anche gli anni della giovinezza a Monticiano non furono per niente facili per Remigio: aiutava la matrigna come pastore, seguiva il padre nel lavoro dei campi; si dedicò anche al taglio del bosco, il lavoro più diffuso in paese. La miseria quotidiana, la fatica del lavoro agricolo che bastava solo per sopravvivere, la modesta vita di paese che nulla offriva ad un giovane intraprendente lo portarono quindi ben presto a desiderare un futuro diverso, lontano da Monticiano.

L’arruolamento

Il 2 settembre 1845, a soli 19 anni, Remigio si arruolò come volontario nell’esercito del Granducato. Per arruolarsi, presentò un certificato di nascita e battesimo ed un certificato di stato libero da vincoli di matrimonio, rilasciati dal Parroco di Monticiano il 24 agosto 1845. Presentò inoltre una “Fede di Specchietto” rilasciata il 25 agosto 1845 dal Cancelliere della Direzione Atti Criminali, che attestava che non era mai stato “…condannato per verun delitto o trasgressione”. [5]

Nel Granducato di Toscana l’arruolamento si svolgeva su base comunitativa: l’ufficio a ciò preposto, la Direzione per l’Arruolamento Militare, stabiliva il numero annuale di reclute che ogni Comunità doveva reperire. Presso ogni Comunità si trovava una Deputazione dell'arruolamento, incaricata di gestire le operazioni relative alla leva. Veniva redatta una lista che comprendeva i volontari e tutti gli altri cittadini maschi di 21 anni d’età, che era compilata con l’aiuto dei parroci in qualità di ufficiali di stato civile. Venivano esclusi gli esentati (figli unici di madre vedova, invalidi, coniugati etc.) e ogni iscritto nella lista estraeva un numero da un’urna. Se il numero di volontari che si presentavano non era sufficiente a formare il numero richiesto dalla Direzione dell’arruolamento militare, quelli con il numero più basso erano arruolati. Pagando potevano però farsi sostituire da un “cambio”, cioè un cittadino maschio atto al servizio militare che si arruolasse al posto loro. I volontari ricevevano un premio in di 50 Scudi, Tutti i giovani, compresi gli esentati, pagavano una tassa stabilita dalla Comunità, il cui ricavato serviva a pagare i coscritti necessari per quell'anno. La ferma, detta anche capitolazione, durava sei anni.[6]

Remigio Vieri fu quindi arruolato come Recluta Comunitativa volontaria e destinato al Reggimento “Real Ferdinando”. Il premio di 50 Scudi fu versato alla cassa del Reggimento.

Nel Certificato di Ammissione al Reggimento “Real Ferdinando”, 1° Battaglione, VI Compagnia, che ho ritrovato all’Archivio di Stato di Firenze, Remigio è così descritto: “capelli e occhi castani, fronte stretta, occhi cerulei, naso profilato, bocca piccola, mento oblungo, viso lungo, carnagione mirattea (NdR: ambrata, che si abbronza intensamente e facilmente, con poco rischio di scottature).”

Il dato più curioso è però quello della statura, espressa con le unità di misura in vigore a quell’epoca nel Granducato di Toscana: il Braccio Fiorentino, suddiviso in 20 Soldi e 240 Denari.[7]

Misure in vigore nel Granducato - 1782

Nel Certificato si dice che Remigio era alto “2 braccia, 19 soldi e 8 denari”. Poiché un braccio corrisponde oggi a cm. 58,36, un soldo a cm. 2,91 e un denaro a cm. 0,24, fatti i debiti calcoli si ottiene per Remigio una statura di cm. 173,93.

Divise dei Reggimenti (da www.maisonbibelot.com)

Il Reggimento "Real Ferdinando" era uno dei principali reggimenti di fanteria del Granducato di Toscana. Fondato attorno al 1790, era composto da tre battaglioni per un totale di 24 compagnie. Insieme al reggimento "Real Leopoldo", formando la spina dorsale della fanteria toscana in epoca pre-unitaria. Le truppe venivano solitamente addestrate nei campi di Pietrasanta, dopo essere state radunate nelle caserme fiorentine.

Pochi mesi dopo, l’11 febbraio 1846, Remigio Vieri chiese di essere iscritto anche nei ruoli della Milizia della Comunità di Trequanda, un’altra località ad est di Siena.[8]

La Milizia del Granducato di Toscana era un sistema di forze militari locali e occasionali, che venivano mobilitate per esigenze specifiche di difesa interna, mantenimento dell'ordine pubblico locale o in caso di minacce esterne. Il 4 settembre 1847 il Granduca Leopoldo II riorganizzò la Milizia, facendola confluire nella Guardia Civica Toscana e dandole il compito di tutelare le istituzioni, mantenere l'ordine pubblico e difendere la proprietà.

Fazzoletto della Guardia Civica

Scoppia la guerra

Il 29 marzo 1848 Re Carlo Alberto, alla testa delle truppe sabaude, varcò il Ticino, chiamato in soccorso dal governo provvisorio milanese, dando così inizio alla prima guerra d'indipendenza. L’esercito sabaudo, grazie alla iniziale sorpresa austriaca, riuscì ad imporsi negli scontri iniziali e ad infliggere perdite sensibili all’avversario. L’esercito austriaco, indebolito in battaglia e dalla diserzione dei militari di nascita italiana in esso incorporati, fu costretto a ritirarsi all’interno del Quadrilatero, costituito dalle fortezze di Verona, Mantova, Peschiera e Legnago, in attesa di riordinarsi e ricevere i rinforzi necessari per riprendere l’iniziativa contro gli italiani.[9] 

Partono i volontari

La guerra fu accolta con entusiasmo, numerosi volontari accorsero per arruolarsi e combattere al fianco del piccolo esercito del Regno di Sardegna. In Toscana, si formarono reparti di volontari pronti a partire per la Lombardia.

Il primo reparto a lasciare la Toscana per andare a combattere con le truppe piemontesi fu il 2°Reggimento di linea “Real Leopoldo” che il 22 marzo si avviò da Firenze verso l’Appennino tosco-emiliano. Nello stesso giorno lasciarono Livorno un battaglione di volontari della Guardia Civica livornese e il 1° Reggimento di linea “Real Ferdinando” di cui faceva parte Remigio Vieri. A costoro si aggiunse un battaglione di studenti dell’Università di Pisa.

Il 3 aprile 1848 i volontari erano a Pontremoli e qui ricevettero l’ordine di superare l’Appennino. Furono accolti trionfalmente dalle popolazioni con canti e incoraggiamenti. A Reggio Emilia a molti reparti fu donata una bandiera tricolore cucita dalle donne.

Il 17 aprile 1848 il Granduca Leopoldo II decretò che le bandiere dei volontari fossero sostituite con il Tricolore italiano, con lo stemma Asburgo-lorenese al centro. Questa azione, mirata a sostenere le truppe toscane impegnate in Lombardia, simboleggiò l'adesione del Granducato alla causa italiana.[10]

Bandiera dei reparti toscani nel 1848

Dopo aver attraversato il Po il 18 aprile, il corpo di spedizione toscano si diresse verso il Mincio. Valeggio divenne uno dei centri nevralgici dove le truppe si riorganizzarono prima di schierarsi sulla linea difensiva. Il contingente toscano fu incaricato di presidiare l'area tra Valeggio, Goito e Mantova. Questo serviva a proteggere il fianco destro dell'esercito sabaudo, impegnato nell'assedio di Peschiera e nei combattimenti più a nord. I volontari, tra cui Remigio Vieri, parteciparono alla guardia dei passaggi strategici sul fiume Mincio per impedire sortite austriache dalla fortezza di Mantova che avrebbero potuto tagliare le linee di comunicazione sarde. Al comando dei reparti toscani il Granduca aveva designato il Generale Cesare De Laugier, già ufficiale dell'esercito napoleonico nelle campagne di Spagna e di Russia.

Il Generale Cesare De Laugier (da www.treccani.it)

La permanenza a Valeggio e nelle zone limitrofe fu la fase di assestamento che precedette lo spostamento definitivo del contingente toscano verso la linea di Curtatone e Montanara, a pochi chilometri dalla fortezza di Mantova, uno dei vertici del Quadrilatero dove si erano ritirati gli austriaci. Ai toscani si era unito anche un gruppo di volontari napoletani. 

Il campo di battaglia (da wikipedia)

Gli esperti di storia militare hanno posto in rilievo come il compito affidato al corpo toscano, che comportava il mantenimento di un fronte assai vasto, fosse del tutto sproporzionato alla sua forza e preparazione; né, d'altronde, l'arrivo di un battaglione napoletano era sufficiente a rendere meno pericolosa la situazione. Alla dispersione di forze si aggiungeva, infatti, la mancanza di coesione delle truppe toscane, in parte regolari ma poco addestrate e impreparate alle azioni militari, in parte composte di volontari ancor più impreparati e scarsamente disciplinati. Nei giorni seguenti, il corpo toscano riuscì a contenere le sporadiche iniziative degli avamposti austriaci che, tuttavia, misero in luce i pericoli derivanti dal suo schieramento.[11]

Gli Austriaci

Il Feld Maresciallo Joseph Radetzky - ritratto di Decker

L’esercito austriaco era guidato dal Feld Maresciallo Radetzky, un ufficiale reduce delle campagne contro Napoleone, che era al comando delle forze dislocate nel Lombardo Veneto dal 1831. Ai poco più di 30.000 uomini rimasti all’interno del Quadrilatero, nella seconda metà di maggio si aggiunsero quelli del corpo di soccorso austriaco guidato dal generale Thurn, forte di circa 18.000 uomini e 53 cannoni.

Radetzky era un valente e capace soldato, tenace, dotato di eccezionali doti di carattere e di ottime qualità di comando. Qualità che gli permisero di studiare un tentativo per spezzare l’assedio, così da mutare il corso delle operazioni e riacquistare l’iniziativa. Decise di tentare una sortita dal Quadrilatero e di assalire a Curtatone e Montanara il fianco destro del nemico, il più debole, per poi prendere alle spalle i piemontesi impegnati nell'assedio di Peschiera. [12]

La battaglia di Curtatone e Montanara

De Laugier poteva contare su circa 5.000 uomini tra toscani e napoletani, di cui metà soldati di fatto e metà civili, armati di fucile ma sprovvisti di ogni altro equipaggiamento, e su 100 cavalli, 6 cannoni e 2 obici. L’armata austriaca era composta da 19 battaglioni di fanteria e 2 squadroni e ½ di cavalleria, per un totale di 20.000 uomini con 52 pezzi d’artiglieria. Gli attaccanti potevano quindi contare su un rapporto di forze favorevole di 4 a1.

Alle 10 del mattino del 29 maggio i reparti austriaci lasciarono Mantova e ricevettero l’ordine di attaccare su tre direttrici, ciascuna affidata a una colonna. La prima era destinata ad attaccare Curtatone, la seconda Montanara e la terza a compiere una manovra aggirante della linea difesa dai tosco-napoletani a sud di Montanara.

Remigio, con i compagni del Reggimento Real Ferdinando, era schierato a Montanara, sotto il comando del Colonnello Giuseppe Giovannetti.

Il Colonnello Giuseppe Giovannetti (da wikipedia)

I primi due assalti contro Curtatone furono respinti, ma dopo un terzo attacco, gli austriaci di impossessarono del piccolo borgo, malgrado la strenua difesa dei volontari e dei soldati toscani e nonostante l’intervento della riserva costituita dal battaglione universitario. 

 Battaglia di Curtatone e Montanara - dipinto di Pietro Senno

Dopo le 16, quando la battaglia durava ormai da sei ore, il Generale De Laugier ordinò per tutti il ripiegamento. La ritirata iniziò dal lato di Curtatone, dove toscani e napoletani si difendevano per impedire di essere tagliati fuori. Quasi tutti i difensori di Curtatone, comunque, riuscirono verso le 17 a riparare al santuario della Vergine delle Grazie, da dove procedettero verso Goito, giungendovi di notte.

A Montanara, intanto, la manovra di accerchiamento della colonna austriaca sulla destra si era fatta sempre più pericolosa. Giunto l’ordine di ritirata, questa si compì con ordine; ma i toscani fuori dal paese trovarono la strada sbarrata dagli austriaci. Il Colonnello Giovannetti cercò allora di aprirsi un varco e poi voltò per il santuario della Vergine delle Grazie, dove incontrò la cavalleria austriaca proveniente da Curtatone. Riuscì, tuttavia, a prendere la strada per Castellucchio e a raggiungere Marcaria, ma con metà soltanto dei suoi uomini.

La resistenza italiana era stata oltremodo tenace. Il generale austriaco Karl Schönhals scrisse che “contro ogni aspettazione i toscani fecero testa […], si difesero con grande valore”. Dirà De Laugier, nello scrivere di quella giornata “… mi son trovato nella vita a molti fatti d’arme e battaglie, ma giammai ho visto un entusiasmo simile a quello che manifestarono il 29 i toscani”.

Le perdite subite dai tosco-napoletani, tra civici e regolari, su un totale di 5000 uomini, furono 166 morti, 518 feriti, 1178 tra prigionieri e dispersi, in tutto 1862 perdite. Gli austriaci ebbero 95 morti, 518 feriti e 178 dispersi.

Lapide a Curtatone

I volontari toscani si distinsero per un coraggio che sorprese persino i veterani. Resistettero a lungo contro un nemico più numeroso e meglio armato, guadagnandosi il rispetto di tutti e diventando simbolo di un’Italia giovane e determinata. Furono sconfitti, ma la loro strenua resistenza consentì all’esercito piemontese di organizzarsi, evitare l’aggiramento, e battere poi gli austriaci nella successiva battaglia di Goito, che costituì il proseguimento dello scontro di Curtatone e Montanara.

Proclama del Granduca dopo la battaglia di Curtatone e Montanara

La guerra, lo sappiamo, non finì bene. L’Austria riprese il controllo della situazione, batté i piemontesi a Custoza e riconquistò Milano. Il 9 agosto 1848 a Vigevano fu firmato un armistizio.

La vittoria di Radetzky fu accolta con molta emozione a Vienna. Per l'occasione, il musicista Johann Strauss compose in onore del vincitore la Marcia di Radetzky, che fu eseguita per la prima volta a Vienna il 31 agosto 1848.

Molti sogni sembrarono svanire, ma l’esperienza dei volontari toscani lasciò un segno indelebile. Avevano dimostrato che l’idea di Italia non era un’astrazione: era un sentimento reale, condiviso, capace di spingere uomini comuni a compiere gesti straordinari.

Attestato della partecipazione di Remigio Vieri
alla Prima Guerra d’Indipendenza
 (da www.solferinoesanmartino.it)

Tra mille difficoltà Remigio Vieri rientrò in Toscana. Lo scontro del 29 maggio 1848 e le successive battaglie erano state devastanti per il reggimento “Real Ferdinando”. Gran parte dei suoi effettivi era stata uccisa, ferita o fatta prigioniera dagli austriaci. I sopravvissuti rientrarono in Toscana in un clima di profonda incertezza politica: il Granduca Leopoldo II, inizialmente sostenitore della causa nazionale, stava progressivamente ritirando il suo appoggio sotto la pressione dell'Austria.

L'anno seguente De Laugier incontrò il Feldmaresciallo Radetzky in visita ufficiale a Firenze. Nello stringergli la mano e nel complimentarsi per l'episodio della battaglia di Curtatone e Montanara, si sentì dire: “Mi avete tenuto testa per sette ore ed eravate solo un pugno di ragazzi! E pensare che siete riusciti a farmi credere di aver davanti il meglio dell'esercito piemontese!”.[13]

Il 13 settembre 1848 il soldato Remigio Vieri, anche per il suo comportamento in guerra, ricevette i gradi di Caporale.[14] Non poteva certo immaginare che l’Unità d’Italia, in cui tanto aveva creduto e per la quale si era offerto volontario ed aveva invano combattuto, fosse invece solo rimandata.

Negli anni successivi, Remigio Vieri entrò a far parte della Imperial Regia Gendarmeria del Granducato; dopo l’Unità d’Italia, divenne Delegato di Polizia alle dipendenze del Ministero degli Interni, prestando servizio in varie Prefetture del neonato Regno d’Italia.

Ma questa è tutta un’altra storia, che, forse, vi racconterò in futuro.



Ringraziamenti

Questa ricerca non sarebbe stata possibile senza il contributo di:

Martina Taiuti di Firenze, per le ricerche archivistiche

Andrea Paperini di Livorno, discendente anch’egli da Remigio Vieri

I Funzionari dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma

I Funzionari dell’Archivio di Stato di Firenze



[1] https://eco.museisenesi.org/archivio/366/storia-di-monticiano/

[2] https://antenati.cultura.gov.it/

[3] https://eco.museisenesi.org/archivio/278/la-casa/

[4] https://antenati.cultura.gov.it/

[5] Archivio di Stato Firenze

[6] https://ilpalio.org/QUE_guerraleva.html

[7] https://archiviostoricoromagnatoscana.blogspot.com/p/blog-page_6.html

[8] Archivio di Stato di Firenze

[9] www.associazionidelrisorgimento.it

[10] https://catalogo.beniculturali.it

[11] www.treccani.it

[12] www.associazionidelrisorgimento.it

[13] Wikipedia

[14] Archivio di Stato di Firenze



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