L’indimenticabile giorno in cui ho incontrato gli astronauti dell’Apollo 15
Uno dei ricordi più belli della mia adolescenza è quello del 15 novembre 1971, quando ho incontrato personalmente gli astronauti dell’Apollo 15 in visita ufficiale a Milano. A distanza di oltre 50 anni, ho voluto raccontare le emozioni che provavo in quegli anni e cosa ho vissuto in quella memorabile giornata.
Un'eredità di sogni
Per me, adolescente nell'Italia della fine degli anni ’60 e
dei primi anni '70, l'emozione di seguire le missioni Apollo era un misto di
stupore tecnologico e di sogno ad occhi aperti, in un mondo che sembrava
improvvisamente diventato piccolissimo davanti all’infinità dello spazio.
Ogni missione Apollo era per me un evento. In quegli anni,
la televisione non era solo un elettrodomestico, ma un altare, attorno al quale
si riuniva l'intera famiglia. Passavo ore a seguire le lunghe maratone
televisive RAI condotte da Tito Stagno e Piero Angela, che usando modellini e disegni
spiegavano le varie manovre del modulo di comando e del LEM e ogni altro aspetto
tecnico delle missioni. Dal momento del decollo da Capo Canaveral, sino
all’ammaraggio nell’ Oceano Pacifico, restavo letteralmente incollato allo
schermo in bianco e nero, sopportando i disturbi del segnale e l'effetto
"neve", ascoltando le frasi incomprensibili che arrivavano da Houston
o dalla capsula, intervallate dai continui “bip” elettronici.
Mi incantavo a guardare quelle immagini sgranate degli
astronauti che fluttuavano nel vuoto della navicella o che saltellavano sulla
polvere lunare, facendo sembrare possibile qualsiasi futuro.
La Luna non era più solo la protagonista delle poesie
studiate a scuola, ma era diventata una meta raggiungibile, e gli astronauti
erano una figura quasi mitologica e trascendentale, un simbolo puro del
progresso che stava trasformando il mondo, la prova vivente che il futuro era
arrivato.
Per me, e per tutti i ragazzi cresciuti come me con i
fumetti e i primi racconti di fantascienza, gli astronauti rappresentavano la realtà
che batte la fantasia, gli idoli di una generazione che guardava con ottimismo
al domani. Nonostante l'impresa fosse americana, la vivevo come un successo
dell'umanità intera, con un senso di appartenenza globale che gli astronauti
incarnavano perfettamente. La figura dell'astronauta, descritta dai media come
quella di un pilota-scienziato, alimentò inoltre in me l'idea che attraverso l’impegno
nello studio si potessero raggiungere traguardi inimmaginabili.
A distanza di tanti anni, mi rendo anche conto che il
successo delle missioni spaziali contribuì a far sorgere in me una visione laica
della vita, che negli anni successivi si è accresciuta e mi ha progressivamente
portato ad allontanarmi dai riti religiosi.
La magia del 1969 e le missioni successive
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| Corriere della Sera 21 luglio 1969 |
Il 26 luglio 1971 partì la missione Apollo 15. Era il giorno
del 39° compleanno di mio padre, io avevo compiuto da pochi giorni 13 anni.
L’equipaggio era composto dal comandante David R. Scott, dal pilota del modulo
di comando Alfred M. Worden e dal pilota del modulo lunare James B. Irwin.
| L’equipaggio di Apollo 15 |
Per il comandante Scott si trattava del terzo volo nello
spazio, dopo le missioni Gemini 8 e Apollo 9. Per Worden e Irwin si trattava
della prima esperienza nello spazio. I tre erano membri dell'aeronautica
militare americana.

Lo stemma della missione Apollo 15 era stato disegnato dallo
stilista italiano Emilio Pucci, a cui era stato commissionato direttamente
dagli ingegneri della NASA. Nell'emblema erano raffigurati tre uccelli
stilizzati, a rappresentare i tre membri dell'equipaggio, che sorvolavano il sito
di allunaggio previsto per la missione.
Apollo 15 prevedeva un soggiorno più lungo sulla Luna e una
prevalenza dell'attività scientifica su quella tecnologica. Inoltre, era la
prima missione a prevedere l’utilizzo di un rover per l’esplorazione lunare,
cosa che ai miei occhi rendeva l’impresa ancor più fantascientifica. Pensare di
poter andare in giro in automobile sulla luna era qualcosa che mi sembra ancor
oggi incredibile.
| Corriere della Sera 27 luglio 1971 |
L'esplorazione della superficie lunare si svolse tra il 30
luglio e il 2 agosto 1971. Il comandante Scott e il pilota del modulo lunare
Irwin scesero vicino alla rima di Hadley, una profonda fenditura della Luna ai
margini del Mare Imbrium, ed esplorarono i dintorni grazie all'utilizzo del
rover, che permise loro di spostarsi più lontano dal modulo lunare rispetto a
quanto fosse stato possibile nelle precedenti missioni.
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| Il rover dell’Apollo 15 sulla Luna |
Gli astronauti trascorsero in totale 18 ore e mezza in attività extraveicolare sulla superficie lunare, percorrendo 28 chilometri con il rover e raccogliendo 77 kg di materiale.
Il comandante Scott eseguì anche, a favore della telecamera, l’esperimento sulla caduta dei gravi così come ideato da Galileo Galilei. Lasciò cadere una piuma e un martello, per dimostrare che nel vuoto, in assenza di resistenza dell’aria, sarebbero caduti con la stessa accelerazione, indipendentemente dalla massa.
Ricordo che vidi in diretta alla
tv i due oggetti, lasciati cadere allo stesso istante, toccare il suolo
contemporaneamente.
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| Irwin fotografato sulla Luna dal comandante Scott |
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| Worden nel modulo di comando |
| Corriere della Sera 9 agosto 1971 |
Rientrati ad Arese, dove vivevamo, ad ottobre iniziai la terza media, totalmente ignaro del grande incredibile evento a cui di lì a poco avrei partecipato.
L’annuncio e l’invito
Una sera dei primi di novembre, mio padre, che rientrato dal
lavoro si dedicava come sempre alla lettura del Corriere della Sera, mi chiamò
e mi mostrò un trafiletto pubblicato dal quotidiano. Lo lessi tutto di un fiato
e rimasi senza parole: gli astronauti dell’Apollo 15 sarebbero venuti in visita
a Milano!
| Corriere della Sera, 3 novembre 1971 |
L’arrivo era previsto per il 15 novembre, i tre astronauti si
sarebbero fermati a Milano anche il giorno seguente. L’articolo non precisava
né dove avrebbero alloggiato né dove sarebbero andati durante il loro soggiorno,
ma di certo ci sarebbe stata qualche possibilità di vederli, anche solo da
lontano!
“Mi portate a vederli, vi prego!” chiesi ai miei genitori, quasi
implorando. Mio padre, con aria sorniona, rispose “Vedremo cosa si può fare”.
Quella sera andai a letto con la testa piena di pensieri e
di speranze. Ma non potevo certo immaginare che, per una di quelle strane combinazioni
che nella vita capitano poche volte, mio padre conoscesse una signora che
lavorava al Consolato degli Stati Uniti a Milano ed alla quale si rivolse nei
giorni successivi.
Passò qualche giorno, poi una sera mio padre tornò a casa
dal lavoro con una busta bianca che mi consegnò sorridendo. L’aprii … e rimasi
senza fiato: era un invito ufficiale al ricevimento organizzato dal Comune di
Milano in onore degli astronauti dell’Apollo 15!
Io ero invitato a incontrare gli astronauti!

L’incontro
La mattina di lunedì 15 novembre 1971 non andai a scuola.
Accompagnato da mia madre, presi ad Arese il pullman delle Autolinee “Grattoni”
sino a Milano e poi con la linea uno della metropolitana arrivai alla Villa
Comunale di Via Palestro.
| Corriere della Sera 15 novembre 1971 |
Una piccola folla attendeva in strada l’arrivo del corteo di
auto con gli astronauti, che erano sbarcati a Linate da un aereo messo a
disposizione dal Presidente degli Stati Uniti Nixon.
All’ingresso della villa, ci venne chiesto di mostrare l’invito
e ci fecero salire nel salone del primo piano, dove era stata allestita una
platea di sedie davanti ad un grande tavolo dai fregi dorati. Capii che nelle
prime file erano sedute varie autorità, che però non conoscevo. Ci sedemmo verso
la metà della sala. Mentre aspettavo, mi guardavo intorno: non c’erano altri
ragazzi della mia età, ero stato veramente fortunato ad avere l’invito!
Quando i tre astronauti comparvero nella sala, partì un
grande applauso. Non mi aspettavo certo di vedere tre esseri straordinari, con occhi
magnetici o sembianze sovrumane. Vidi tre esseri molto umani e la naturalezza,
direi quasi la banalità del loro aspetto, me li rese subito simpatici. Scott era
un giovanottone biondo e sorridente, che poteva benissimo essere scambiato per
un giocatore di baseball; Irwin aveva un’aria più seria e pensierosa, Worden
sembrava il tipico cowboy di tanti film visti in tv. Scott e Irwin erano
accompagnati dalle mogli, Worden era solo.
Un signore coi baffi, che capii essere il sindaco di Milano,
Aldo Aniasi, pronunciò un breve discorso di benvenuto, al termine del quale
consegnò agli astronauti tre medaglie, i famosi “Ambrogini” d’oro, ed un volume
sul Teatro alla Scala.
| Corriere d’Informazione 15 novembre 1971 |
| Corriere della Sera 16 novembre 1971 |
Il comandante Scott rispose a nome dell’equipaggio. “Siamo
venuti per dividere con altri uomini le nostre esperienze nello spazio, per
questo ci ha mandato il nostro presidente. Abbiamo scelto Milano perché è la patria di
grandi scienziati e conosciamo il contributo che l’Italia ha dato alla storia
del progresso scientifico”.
Mentre continuavano a scattare i flashes e a ronzare le cineprese,
ci furono varie domande da parte del pubblico, a cui risposero a turno i tre
astronauti. Io ascoltavo con attenzione le domande e le traduzioni delle risposte.
Ovviamente non mi ero preparato nessuna domanda, ma in ogni caso per l’emozione
non sarei stato certamente capace di formularla!
Terminate le domande, venne fatta entrare una grossa valigia
che venne posta sul tavolo e che, una volta aperta, risultò contenere una teca di
vetro con all’interno… un sasso raccolto
sulla Luna!
Tutti i presenti furono quindi invitati ad avvicinarsi per guardarlo,
cosa che feci anch’io, rimanendo un po’ ad osservare quella pietra grigiastra
ed a pensare da dove veniva, cosa era stato fatto per raccoglierla e che
viaggio aveva fatto per arrivare lì, mi sembrava incredibile.
Vidi poi che il gruppo degli astronauti si era spostato con
le mogli un po’ a lato del tavolo e che firmavano autografi. Pieno di speranza,
con il mio invito in mano, mi feci quindi largo tra la folla, mi avvicinai e mi
misi pazientemente in coda, aspettando il mio turno.
Con mia grande gioia, ottenni sul mio invito non solo la
firma dei tre astronauti, ma anche quella delle due mogli, Lurton Scott e Mary
Irwin.
Ma la vera sorpresa doveva ancora arrivare.
Il comandante Scott, mentre stavo per allontanarmi, mi fermò
e mi guardò sorridendo e mi chiese “What’s your name?”
Io risposi con un filo di voce “Alberto” e lui disse “Ok,
Berto, just a moment”. Si girò, prese dal tavolo una foto ufficiale NASA dell’equipaggio
e di suo pugno scrisse a stampatello nell’angolo superiore destro la dedica “To
Berto, best wishes from the Apollo 15 crew”.
Dopodiché la firmò, la fece firmare anche da suoi colleghi e
me la consegnò, con un grande sorriso.
Riuscii a dire solo “Grazie”, ero talmente emozionato che non mi venne neanche di dire “Thank you”.
Stringendo incredulo il mio straordinario cimelio,
tornai da mia madre. Dopo pochi minuti, il ricevimento terminò, gli astronauti
uscirono dalla sala e noi tornammo a casa. Mi sembrava di aver vissuto un
sogno.
La visita degli astronauti a Milano proseguì con altre
cerimonie ed incontri, prima al Circolo della Stampa, poi alla Federazione
delle Associazioni Scientifiche e Tecniche ed infine al Museo Nazionale della
Scienza e della Tecnica, al quale gli astronauti donarono un frammento del
materiale refrattario del lo scudo termico del modulo di rientro a terra e lo
stemma ufficiale della missione, che sono ancor oggi esposti nella sezione
spazio del museo.
Il giorno seguente andai a scuola e pieno di orgoglio mostrai
agli insegnanti ed a tutti i miei compagni di classe la foto con la dedica. Da
quel giorno, quella foto incorniciata è stata esposta appesa nella mia stanza e
oggi, a distanza di oltre 50 anni, è sempre appesa nel mio studio.
Ogni volta che la guardo, mi torna in mente quella giornata
e le emozioni indimenticabili che ho provato. Per un attimo, ritorno così
indietro nel tempo, a quel ragazzo di 13 anni innamorato delle missioni
spaziali.
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