Remigio Vieri, delegato di Pubblica Sicurezza nell’Italia di fine ‘800

Il mio antenato toscano Remigio Vieri, dopo aver combattuto nella prima guerra d’indipendenza del 1848, entrò alle dipendenze del Ministero dell’Interno del neonato Regno d’Italia come funzionario di Pubblica Sicurezza. Nella seconda metà dell’Ottocento prestò servizio in varie Prefetture del Centro e del Nord Italia. Seguendo da vicino la sua carriera e l'evoluzione della sua famiglia, ho riscoperto i numerosi eventi politici e sociali che lo videro protagonista. Fu un testimone d'eccezione dell’Italia umbertina, un Paese che affrontava i forti contrasti e le profonde difficoltà derivanti dalla recente unificazione, mentre si apriva alle novità portate da un progresso sempre più incalzante.



Remigio Vieri, al termine della prima guerra d’indipendenza contro l’Austria, che lo aveva visto combattere a Curtatone e Montanara, rientrò in Toscana e a 23 anni di età entrò a far parte come volontario del Reggimento dell'Imperiale e Regia Gendarmeria del Granducato, che era stato istituito con decreto il 24 ottobre 1849.[1]

La Toscana era reduce dai moti rivoluzionari del 1848; restaurato il potere granducale grazie all'intervento delle truppe austriache, il governo comprese la necessità di un corpo militarizzato centralizzato per garantire l'ordine pubblico, prevenire nuove insurrezioni e reprimere il brigantaggio.[2] Il corpo venne strutturato ricalcando i modelli della Gendarmeria austriaca e dei Carabinieri Reali del Regno di Sardegna, unendo la disciplina militare a compiti civili di capillarità sul territorio.[3]

Manuale della I.e R. Gendarmeria - 1852

Il Reggimento dell'Imperiale e Regia Gendarmeria del Granducato era quindi una forza di polizia militare, pienamente professionale e permanente. Svolgeva compiti specifici di polizia giudiziaria, P.S. e ordine militare in tutto il territorio granducale. I gendarmi erano quindi un corpo armato specializzato, strutturato in modo gerarchico, con un regolamento preciso, che agiva su mandato diretto del governo centrale.

Remigio Vieri venne destinato a prestare servizio a Sovicille, un paese della Val di Merse, in provincia di Siena, vicino al suo paese natale, Monticiano.

Cartolina di Sovicille (SI)

La conferma dell’appartenenza di Remigio Vieri al Reggimento dell'Imperiale e Regia Gendarmeria ci viene da un prezioso documento, conservato in famiglia per quattro generazioni: la promessa di matrimonio che Remigio Vieri, all’età di 27 anni, sottoscrisse il 12 marzo 1854 a Sovicille per formalizzare il suo impegno a sposare Adele Ticci, una giovane ragazza nata a Sovicille il 21 agosto 1833, più giovane di lui di ben sette anni.

Ecco un estratto di questa promessa di matrimonio:

“Col presente atto privato, per volontà esplicita delle parti contraenti da aversi come pubblico strumento, sia noto che Remigio del fu Girolamo Vieri di Monticiano, per ragioni d’impiego dimorante a Sovicille, ed Adele di Fabio Ticci, di detto luogo, coll’annuenza di quest’ultimo, sono venuti nella determinazione di contrarre formalmente i loro sponsali. Poiché la particolare posizione del Vieri non gli permette attualmente di effettuare il Matrimonio…. i prenominati Remigio Vieri ed Adele Ticci  liberamente e spontaneamente promettono unirsi in Matrimonio tosto ché cesserà nel Vieri l’impedimento attualmente esistente a contrarre Matrimonio, dipendendo dall’essere ascritto nel corpo dell’Imperiale e Regia Gendarmeria, e restando Egli libero nel dì 2 settembre 1857… così resta convenuto che a detta epoca il Vieri potrà volendo ritardare di un Mese o due il Matrimonio, per potere attendere più liberamente alla propria sistemazione, per il bene così anche della sua compagna. Che nella ipotesi in cui possa il Vieri ottenere un Impiego Civile sia perdurante la Capitolazione, o a Capitolazione finita, dichiara il Vieri di mantenere la sua promessa rinunziando anche all’Impiego. Quali cose tutte le parti contraenti promettono osservare nel modo più amplio di ragione. Dopo di che le parti stesse contraenti per la piena validità dell’atto si firmarono unitamente ai Testimoni. Fatto il presente Atto a Sovicille li 12 marzo 1854 in doppio originale da ritenersi da Remigio Vieri e dall’Adele Ticci.” Seguono le firme: “Remigio Vieri, Io Adele Ticci, Io Enrico Renzi Testimone, Io Antonio Manni Testimone, Io Fabio Ticci approvo quanto sopra.”

Il termine di fine Capitolazione, cioè di fine ferma, indicato nella promessa di matrimonio al 2 settembre 1857, lascia intendere che Remigio Vieri, al momento della firma dell’atto, non avesse l’intenzione di raffermarsi e che sperasse in un successivo impiego civile. Invece, il 3 settembre 1857, dopo essersi congedato dal Reggimento dell’Imperiale e Regia Gendarmeria, Remigio Vieri entrò a far parte del Corpo di Pubblica Vigilanza, guardie municipali che avevano il compito primario «d’invigilare non tanto sulla osservanza dei regolamenti di Polizia Municipale, oggetto primario della loro istituzione, quanto ancora sulla sicurezza delle proprietà urbane e rurali, delle raccolte e dei prodotti della terra». L’autorità di P.S. continuava ad essere rappresentata dalla Gendarmeria, della quale, «se ne ricorra urgente bisogno», le Guardie Municipali potevano chiedere il «sussidio».[4]

Nel 1859, con lo scoppio della Seconda Guerra d'Indipendenza, l'abbandono definitivo di Firenze da parte del Granduca Leopoldo II e l'insediamento del Governo Provvisorio Toscano, emerse subito l'esigenza di traghettare le istituzioni toscane verso il modello piemontese. Il 5 luglio fu quindi creato in Toscana il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, secondo l’ordinamento vigente in Piemonte, e la Guardia Municipale Remigio Vieri entrò a farne parte.[5] Iniziò così la carriera che lo porterà negli anni seguenti a prestare servizio in varie Prefetture del Centro e Nord Italia.

L’Unità d’Italia

L'annessione della Toscana al Regno di Sardegna avvenne formalmente il 15 marzo 1860. Documenti reperiti all’Archivio di Stato di Lucca ci dicono che nel 1860 e 1861 Remigio Vieri prestava servizio come “Aiuto Commesso di P.S.” a Poppi (Arezzo) e che nell’agosto 1861 fu trasferito da Poppi a Barga (Lucca) come “Aiuto Commesso di Vigilanza”.[6]

Panorama di Barga (LU)

Da Barga, Remigio presentò domanda al Prefetto di Lucca per essere autorizzato a sposarsi con Adele Ticci, domanda che venne accolta. Il matrimonio fu finalmente celebrato nella antica chiesa di Santa Mustiola a Torri di Sovicille il 13 marzo 1862, ben 8 anni dopo la promessa sottoscritta da Remigio e 5 anni dopo il termine in essa indicato. Remigio aveva 35 anni.

Matrimonio tra Remigio Vieri e Adele Ticci - 1862

Le carceri di Barga, presso le quali Remigio prestava servizio come Aiuto Commesso di Vigilanza, avevano sede nei sotterranei del Palazzo Pretorio, uno dei più antichi palazzi di Barga, costruito nella prima metà del Trecento sull’Arringo, una piazza così chiamata in ricordo delle assemblee che vi teneva la comunità medievale. Ogni cella del carcere aveva una doppia finestra sbarrata, doppie porte in legno rinforzato in ferro con bulloni di grandi dimensioni e poteva ospitare almeno due prigionieri. Due celle erano riservate ai prigionieri di sesso femminile, che dovevano essere tenuti separati dagli uomini. Nel 1993, negli ambienti del Palazzo Pretorio è stato allestito il Museo Civico del Territorio.  I restauri effettuati in tale occasione hanno fatto riaffiorare sui muri delle celle numerosi graffiti incisi dai prigionieri, con varie immagini religiose, quali la Madonna e San Cristoforo, patrono di Barga, oltre a frasi e ricordi. 

Il Palazzo Pretorio a Barga (LU)

Il 13 luglio 1862 fu firmata la legge n. 696 che estendeva la leva obbligatoria a tutta Italia. A Barga e nelle frazioni decine di giovani contadini fuggirono sui crinali appenninici per non essere arruolati. La Delegazione di P.S. registrò decine di mandati di cattura per renitenza. Si verificarono aggressioni alle pattuglie dei Carabinieri Reali che salivano nei paesi per arrestare i fuggitivi o per notificare i precetti alle famiglie, accusate spesso di complicità e favoreggiamento. Lungo i passi appenninici e vicino al fiume Serchio, le guardie doganali e i Delegati di P.S. ingaggiarono frequenti conflitti a fuoco con bande locali che trasportavano sale, tabacco e generi alimentari aggirando le nuove tasse del Regno d'Italia.

Mentre Remigio prestava servizio a Barga, l’11 gennaio 1863 la moglie Adele partorì a Sovicille il loro primo figlio, Fabio. Nel settembre 1863 Remigio a 37 anni presentò “domanda di promozione e per i servizi prestati anche nelle Regie Truppe e per la sua anzianità”,[7] ma la richiesta rimase per il momento inascoltata. Il 18 aprile 1864 nacque a Barga la seconda figlia di Remigio e Adele, Teresa. 

Remigio continuò a prestare servizio come Aiuto Commesso di Vigilanza alle carceri, non svolgendo mansioni intellettuali o di concetto; il suo era un ruolo meramente esecutivo e di supporto logistico all'interno degli uffici.

Regio Decreto del 1865

Il 1865 portò il decreto di istituzione degli uffici di Pubblica Sicurezza e per Remigio l’agognata promozione: a 39 anni fu nominato “Applicato di Pubblica Sicurezza”. Era questo un ruolo di impiegato, con il compito di redigere i verbali, archiviare i fascicoli dei sospettati, gestire il protocollo dei documenti d'ufficio, registrare i passaporti e sbrigare la corrispondenza burocratica per conto dei superiori. Era il gradino d'ingresso alla carriera amministrativa; col tempo, e previo superamento di esami o per anzianità, l'applicato Remigio poteva sperare di fare carriera ed essere promosso a ruoli superiori, come quello di Segretario o di Delegato di Pubblica sicurezza.[8]

Il trasferimento a Bobbio

Con la promozione, arrivò però anche il trasferimento: L’ Applicato Remigio Vieri fu spostato alla delegazione di P.S. di Bobbio, allora dipendente dalla Prefettura di Pavia (oggi è in provincia di Piacenza).

Veduta di Bobbio (PC)

Essendo zona montuosa e di difficile transito, la delegazione di Bobbio aveva compiti simili a quella di Barga: contrasto al brigantaggio e al contrabbando di sale e tabacchi lungo le valli del Trebbia e dell'Aveto, controllo della mobilità, monitorando i viandanti e i lavoratori stagionali che si spostavano tra la Pianura Padana e la Liguria, polizia amministrativa e giudiziaria.

Tra gli altri compiti, vigilare sui locali pubblici, raccogliere informazioni politiche e coadiuvare la magistratura locale nelle indagini su vari reati: abigeato (furto di bestiame nelle valli del Trebbia e dell'Aveto), taglio illegale di legname boschivo demaniale, risse e accoltellamenti domenicali nelle osterie del borgo o durante le fiere di merci e bestiame.

Anche qui molti giovani contadini dell'appennino bobbiese rifiutavano il servizio di leva del nuovo Stato unitario e fuggivano sui monti, diventando a tutti gli effetti dei ricercati. La Delegazione di P.S. di Bobbio, supportata dai Carabinieri Reali, avviò una fitta serie di perquisizioni nelle frazioni montane e di arresti di genitori accusati di complicità nel nascondere i figli renitenti.

Remigio Vieri abitava con la famiglia in un appartamento in Piazzetta dei Donati, nel centro di Bobbio. Qui il 12 novembre 1865 nacque Olimpia, la terzogenita della famiglia. Poiché al momento della nascita si temette per la sua sopravvivenza, la neonata fu battezzata “in atteso pericolo di morte” dalla levatrice; tre giorni dopo Remigio scrisse una lettera al prevosto della Chiesa di San Colombano, chiedendo di effettuare “la legale cerimonia del Santo Battesimo”. La richiesta fu accolta ed il 16 novembre Olimpia fu battezzata anche in chiesa.

Richiesta autografa di battesimo - 1865

Due anni dopo, il 15 dicembre 1867, nacque a Bobbio anche il quarto figlio di Remigio e Adele, che fu chiamato Ettore.

L’anno 1868 trascorse tranquillamente a Bobbio per la famiglia Vieri; nel 1869 Remigio, che aveva appena compiuto 43 anni, ricevette dal Ministero la comunicazione della sua promozione da Applicato a Delegato di quarta classe ed il contemporaneo trasferimento alla Prefettura di Ferrara.

Trasferimento a Ferrara

Veduta di Ferrara

Il Delegato di quarta classe rappresentava il gradino più basso nella carriera dei funzionari civili dell'Amministrazione di P.S. nell'Italia post-unitaria; era a tutti gli effetti un funzionario in prova o di prima nomina. Appena nominati, i Delegati di quarta classe venivano quindi inviati nelle Questure delle grandi città o nei piccoli mandamenti di provincia per svolgere il proprio apprendistato pratico. Lo stipendio base si aggirava intorno alle 1.300 lire annue, una cifra modesta che rifletteva la natura iniziale dell'impiego. Nonostante fosse l'ultimo gradino della scala gerarchica dei funzionari, il Delegato di quarta classe rivestiva comunque la qualifica di Ufficiale di P.S. e di Polizia Giudiziaria.[9] I compiti principali che potevano essergli affidati, in base alla destinazione ed al contesto in cui avesse operato, erano suddivisi in quattro macro-aree operative.

1.     Controllo politico e prevenzione del dissenso. Nel contesto sociale post-unitario, il controllo politico era la priorità assoluta dell'Amministrazione di Pubblica Sicurezza. Il Delegato di quarta classe si occupava di schedatura dei "sovversivi", compilazione e aggiornamento dei registri biografici di anarchici, socialisti, repubblicani e sindacalisti, monitoraggio delle piazze, sorveglianza diretta di scioperi, comizi operai e manifestazioni, inviando rapporti in tempo reale alla Questura o alla Prefettura. Intratteneva rapporti con gli informatori locali per intercettare sul nascere focolai di rivolta o reati contro lo Stato.

2.     Gestione della "marginalità sociale" e controllo del territorio. La legislazione ottocentesca considerava la marginalità sociale come una minaccia diretta all'ordine pubblico. Al funzionario di quarta classe spettava il compito di vigilare sulle cosiddette "classi pericolose", attraverso l’applicazione dell'ammonizione e del domicilio coatto, l’esecuzione di provvedimenti restrittivi contro vagabondi, oziosi, mendicanti e pregiudicati, il controllo quotidiano degli individui sottoposti a restrizioni della libertà, verificando il rispetto degli orari e dei divieti di frequentazione. Effettuava inoltre ispezioni dei locali pubblici quali locande, taverne, postriboli e dormitori pubblici per verifiche amministrative e per identificare latitanti o soggetti sospetti.

3.     Polizia giudiziaria e coordinamento operativo. Pur essendo un funzionario giovane, il Delegato di quarta classe rivestiva la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria. I suoi compiti sul campo includevano pertanto i primi atti d'indagine: intervento immediato sulle scene del crimine, esecuzione di perquisizioni, sequestri e arresti in flagranza di reato, conduzione di interrogatori di testimoni, vittime e sospettati, traducendo le dichiarazioni nei verbali giudiziari. Nelle piccole delegazioni mandamentali o succursali urbane, coordinava anche l'impiego operativo degli agenti.

4.     Polizia amministrativa e "buon governo": Il Delegato era il primo volto dello Stato per i cittadini in materia di autorizzazioni e sicurezza civile. Seguiva quindi l’istruttoria delle domande dei cittadini per valutarne l'idoneità morale e politica prima di concedere i permessi di porto d'armi o il passaporto. Interveniva anche per la bonaria composizione dei dissidi, attraverso la mediazione per la risoluzione pacifica delle liti private (di natura familiare, vicinale o lavorativa) allo scopo di evitare che sfociassero in reati o disordini pubblici. Infine, interveniva per prestare soccorso in caso di calamità, con la gestione della prima emergenza e dell'ordine pubblico durante epidemie, terremoti o alluvioni.

Arrivato a Ferrara e presentatosi al Prefetto, Commendator Francesco Eli, il Delegato di quarta classe Remigio Vieri fu destinato alla delegazione del mandamento di Copparo, una cittadina di 11.000 abitanti a 20 chilometri a nord-est di Ferrara.

La piazza di Copparo (FE)

Provenendo da un borgo dell’appennino piacentino alla provincia ferrarese, Remigio si trovò proiettato nell'epicentro della modernizzazione capitalistica dell'agricoltura e della nascita del sindacalismo di massa.

Negli ultimi decenni dell'Ottocento, il territorio della provincia di Ferrara fu stravolto da grandi opere di bonifica idraulica. Le terre sottratte all'acqua richiesero l'impiego di una quantità enorme di forza lavoro per lo scavo dei canali e il dissodamento. I proprietari terrieri decisero di non insediare famiglie coloniche di mezzadri, preferendo affidarsi esclusivamente a salariati giornalieri, avventizi o braccianti. Si formò così una massa di contadini senza terra che dipendevano unicamente dal salario giornaliero. 

Lavori nei campi del ferrarese (da https://rivista.fondazioneestense.it)

Le condizioni di vita erano disumane: la manodopera viveva ammassata in baraccamenti precari nelle zone di bonifica ed era esposta a piaghe sanitarie devastanti come la malaria e la pellagra, una malattia dovuta ad una eccessiva alimentazione a base di granoturco. In questa prima fase le proteste erano ancora tumulti isolati, moti della fame privi di una vera guida politica o sindacale, scatenati dall'esasperazione.[10]
Sintomi della pellagra (da https://www.my-personaltrainer.it)

Col passare degli anni, Ferrara e la sua provincia diventarono il vero laboratorio della prima grande organizzazione operaia della terra. Migliaia di contadini che si erano trasformati in lavoratori salariati precari, privi di legame con il fondo e ridotti alla fame nei mesi invernali, iniziarono quindi ad organizzarsi in leghe di resistenza e camere del lavoro.[11]

Contadini nell'800 (da https://archivio.fototeca-gilardi.com)

In questo clima di tensione, il Delegato Remigio Vieri fu mandato in prima linea nei mandamenti più caldi della provincia: fino al 1871 operò a Copparo e dal 1872 a Portomaggiore, altra località della provincia con 10.000 abitanti, 26 chilometri a sud-ovest di Ferrara. In totale, Remigio resterà in servizio nella provincia di Ferrara per ben 19 anni, sino al dicembre 1888. 

Portomaggiore (FE)

Nel corso di questi anni, gli fu affidato un ulteriore compito, molto più delicato di quelli usuali, l’attività informativa e di spionaggio politico. Doveva frequentare in incognito o tramite informatori pagati le osterie, le cooperative e le prime "Case del Popolo" per raccogliere informazioni sui direttivi delle Leghe Rosse. Lo scopo era intercettare i piani di sciopero e scoprire in anticipo le date dei blocchi della mietitura o del boicottaggio delle macchine agricole, segnalando i nomi dei "capilega" (i trascinatori delle proteste) per permettere al Questore di emettere decreti di urgenza o fogli di via.

Corriere della Sera, 28 aprile 1878

Durante gli scioperi agrari, il Delegato di quarta classe poteva anche essere inviato nei campi a protezione dei "Crumiri". I proprietari terrieri facevano arrivare lavoratori da altre province per rompere gli scioperi. Il Delegato doveva comandare i drappelli di Guardie e di soldati dell'esercito posizionati a difesa dei non scioperanti, subendo durissime contestazioni (insulti, sassaiole) dalle squadre di braccianti. Applicando rigidamente il codice penale e le leggi di P.S., il Delegato intimava formalmente lo scioglimento dei capannelli di contadini sulle strade provinciali, usando i classici tre squilli di tromba regolamentari prima di ordinare la carica o i primi arresti.

Per colpire il movimento sindacale senza passare dai tribunali ordinari, dove i giurati potevano essere solidali con i contadini, i Delegati di P.S. potevano anche abusare delle misure di prevenzione amministrativa. Il Delegato di quarta classe istruiva le pratiche per l'ammonizione e il domicilio coatto dei braccianti più attivi. Bastava redigere un verbale in cui si definiva il sindacalista un "ozioso, vagabondo o sobillatore dell'ordine pubblico" per limitarne drasticamente la libertà di movimento o confinarlo in un'isola.

Corriere della Sera 25 maggio 1882

Rispetto ai colleghi operanti in altre province, il Delegato di P.S. nelle campagne ferraresi viveva quindi in un progressivo isolamento ed era costretto suo malgrado a subire l’ostilità della popolazione. Lo Stato era visto sempre più come il braccio armato degli agrari. Il Delegato e i suoi pochi agenti si trovarono ben presto a vivere pressoché barricati nelle piccole delegazioni locali, circondati da una comunità che iniziò a praticare un rigido sciopero del silenzio e il boicottaggio sociale contro le forze dell'ordine.

Inoltre, i grandi proprietari terrieri esercitarono progressivamente nel corso degli anni crescenti pressioni politiche sui prefetti, affinché i Delegati usassero la massima durezza; ciò pose il Delegato Remigio Vieri al centro di un pericoloso fuoco incrociato tra le rivendicazioni disperate dei braccianti e l'intransigenza dei latifondisti.[12]

Anni difficili

È doveroso riflettere sullo stato d’animo con cui Remigio Vieri affrontò nei lunghi anni trascorsi nel ferrarese questo tipo di incarichi. Il suo senso del dovere gli imponeva sicuramente la massima obbedienza e collaborazione agli ordini ricevuti dai superiori, ma alla luce delle sue modeste origini e dello spirito ribelle da lui mostrato nel combattere come volontario durante la prima guerra d’indipendenza contro l’Austria, possiamo  immaginare che in cuor suo vivesse con difficoltà alcuni degli incarichi che gli venivano affidati e che accettasse i contrasti e le tensioni che il suo ruolo gli imponeva solo per dovere verso gli obblighi di sostentamento della sua numerosa famiglia.

Portomaggiore (FE)

Il 2 febbraio 1873 era infatti nato a Portomaggiore il suo quinto figlio, Adolfo, a cui fece seguito, il 10 marzo 1878, la sestogenita Pia. Remigio stava per compiere 52 anni. Con il suo modesto salario di Delegato Remigio manteneva quindi una famiglia di otto persone e per questo negli anni si rivolse più volte all’amministrazione della P.S. per sollecitare promozioni, aumenti di stipendio o sussidi.

Il 9 gennaio 1878 era giunta a Portomaggiore la notizia della morte a soli 58 anni del primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II; divenne Re il figlio Umberto.  

Una fortunata ricerca presso l’Archivio Centrale dello Stato in Roma mi ha consentito di rintracciare, a distanza di oltre 150 anni, il fascicolo personale di Remigio Vieri, contenente gli originali dei documenti relativi alla sua carriera.

È datata 16 giugno 1883 una sua petizione al Prefetto di Ferrara Avv. Bernardino Bianchi per richiedere un sussidio straordinario:

“Eccellenza,

Vieri Remigio d’anni 57, Delegato di P.S. di 4 classe, addetto all’ufficio distaccato di Portomaggiore, devotissimo e subordinato servo dell’Eccellenza Vostra, con tutto l’ossequio espone.

Per tre anni consecutivi la di lui figlia Olimpia d’anni 17 si dedicò allo studio come allieva maestra elementare e per tale istruzione (egli dovette) con gravi sacrifici sottostare alle spese, sia per il compenso mensile ai maestri, sia per la provvista di libri, e tutto l’occorrente. Nel prossimo mese di luglio vuole assoggettarsi agli esami che avranno luogo in Forlì per conseguire l’abilitazione… dopo tante spese sostenute il supplicante si trova nell’assoluta impossibilità di quelle pel viaggio di andata e ritorno ed alloggio per sé e la figlia, giacché non sarebbe conveniente che un giovane sola restasse fuori di famiglia non fidata ad alcuno. Il richiedente è gravato di numerosa famiglia a carico… lo stipendio mensile di cui gode non è che di Lire 118, per cui si rivolge alla bontà dell’Eccellenza Vostra e lo supplica a volergli accordare un sussidio straordinario…fiducioso che voglia accogliere le preghiere di un povero padre si dichiara umilissimo servitore. Vieri Remigio”

Il Prefetto Bianchi, originario di Mortara, aveva partecipato attivamente alle storiche Cinque Giornate di Milano contro la dominazione austriaca. Dopo la seconda guerra d’indipendenza e la liberazione della Lombardia, era stato inviato a Brescia in qualità di Commissario Regio; dopo l’unità, era stato chiamato a Roma all'interno del Ministero guidato da Marco Minghetti, inserendosi stabilmente nel corpo dei massimi funzionari di Stato.

Il Prefetto Bianchi, che probabilmente simpatizzava per Remigio in virtù dei comuni trascorsi risorgimentali, inoltrò la richiesta al Ministero dell’Interno a Roma, accompagnandola con parole di elogio per Remigio e raccomandando che la richiesta venisse accolta. Dopo tre mesi, l’11 settembre 1883, giunse dal Ministero la comunicazione che era stato concesso a Vieri Remigio un sussidio di Lire 60.

È ancora il Prefetto Bianchi, l’8 febbraio del 1884, a chiedere al Ministero quale fosse la posizione in graduatoria del Delegato di quarta classe Remigio Vieri ai fini di un eventuale passaggio di grado. Il ministero rispose che al momento era al 64° posto della graduatoria e che l’ultimo dei Delegati promossi alla terza classe lo precedeva di oltre 30 posti. Il 16 agosto il Ministero comunicò comunque a Remigio uno scatto d’anzianità di Lire 20 sul suo salario annuale di Lire 1300.

Portomaggiore (FE)

Con l’inizio dell’autunno, cominciò purtroppo a manifestarsi nella provincia di Ferrara anche una epidemia di colera, che iniziò a provocare vittime sia in città che nelle campagne e che si protrasse anche negli anni seguenti.

Corriere della Sera, 23 luglio 1886

Il 29 marzo 1885, giunse finalmente dal Ministero dell’Interno l’agognata promozione per merito di Remigio a Delegato di terza classe, con decorrenza dal 1° aprile e stipendio annuo di Lire 2000. Il decreto era firmato da Re Umberto I e controfirmato dal Ministro dell’Interno Depretis.

Decreto di nomina (1885)

Gli scioperi e le epidemie

Gli anni dal 1880 al 1890 furono funestati da una grande crisi agraria, esasperata dal crollo del prezzo del grano sui mercati europei, causato dalle massicce importazioni di cereali a basso costo dalle Americhe. Gli agrari ferraresi scaricarono le perdite sui lavoratori, tagliando i già miserevoli salari. Scoppiò quindi “La Boje”, il primo vero sciopero di massa della pianura padana. La protesta si sviluppò principalmente nelle province di Rovigo (Polesine), Mantova e Cremona, finendo per contagiare le aree limitrofe come il Ferrarese e il Veronese. Il grido di battaglia dei manifestanti era "La boje, la boje e de boto la va de sora!" ("Bolle, bolle e tra un attimo trabocca!"), metafora di una rabbia popolare non più contenibile di fronte alla fame e allo sfruttamento. [13]

Manifesto per sciopero (da https://www.museocorridoni.it)

La protesta toccò l'apice durante le stagioni della mietitura del 1884 e del 1885. Migliaia di braccianti organizzarono scioperi ad oltranza, blocchi dei campi e marce di protesta verso i municipi per chiedere aumenti salariali e turni di lavoro umani. I proprietari terrieri invocarono l'aiuto dello Stato. Il governo, con Agostino Depretis a capo del Ministero dell’Interno, rispose militarizzando le campagne. Inviò l'esercito per sostituire i braccianti in sciopero e raccogliere il grano, decretò lo scioglimento delle prime associazioni e leghe contadine e ordinò oltre 160 arresti di massa tra i promotori delle agitazioni.[14]

In quegli anni avevano anche fatto la loro comparsa nelle campagne ferraresi le prime macchine mietitrici. Con il completamento delle grandi bonifiche idrauliche, la pianura ferrarese si era trasformata in un'immensa distesa di latifondi perfettamente livellati. Le grandi società agricole iniziarono quindi ad acquistare le mietitrici semplici e le prime mietilegatrici meccaniche. La meccanizzazione, che spezzava il monopolio del lavoro manuale durante la mietitura, divenne un’altra via per rimanere competitivi sul mercato.[15] Ma la meccanizzazione innescò anche un’ulteriore durissima reazione sindacale da parte delle Leghe Rosse e dei braccianti, che vedevano sottratto il loro principale mezzo di sussistenza. Più i braccianti si organizzavano in leghe e scioperavano per chiedere tariffe più alte, più i proprietari terrieri rispondevano acquistando mietitrici meccaniche per poter raccogliere il grano anche in caso di blocco totale della manodopera locale.

Macchina a vapore che aziona trebbiatrice (da https://www.tractorhouse.it)

Il 25 febbraio 1886 Remigio Vieri inviò al nuovo Prefetto di Ferrara Avv. Alessandro Amour una nuova petizione per richiedere un sussidio, allegando un certificato medico redatto dal dottor Scipione Pianori, medico chirurgo in Portomaggiore.

“La famiglia di Remigio Vieri – scrive il Dott. Pianori - è da vari mesi travagliata da infermità. La figlia Teresa di anni 21 è ammalata spesso di erisipela facciale, un altro figlio di anni 13 patì di febbre remittente malarica, una terza figlia di anni 8 è sofferente di febbri malariche refrattarie alle cure… questa fanciulla è tuttora malata di pertosse e abbisogna di cure ricostitutive”.

L'erisipela facciale è un'infezione batterica acuta della pelle del volto, caratterizzata da arrossamento ed edema, causata principalmente da streptococchi di gruppo A. Quando colpisce il volto, può manifestarsi vicino al naso o nella regione perioculare, spesso inizialmente come una semplice dermatite palpebrale, estendendosi rapidamente a macchia d'olio.  La pelle appare rossa, calda, lucente, dura ed edematosa, con margini ben delimitati e dolenti. 

“Il sottoscritto – scrive Remigio - per riparare in parte alle spese di medicine e visite mediche per malattie da cui da qualche tempo viene tartassata la sua famiglia, prega la bontà della Signoria Vostra Illustrissima a voler inoltrare richiesta al Dicastero, corroborandola del di Lei parere favorevole, del che gliene sarà infinitamente grato e riconoscente. Dei sei figli che ha il Petente, quattro gli sono totalmente a carico, mentre gli altri due, uno carabiniere e l’altra maestra elementare, non sono in grado di dargli alcun soccorso… Con sei persone da mantenere col solo stipendio mensile del grado che attualmente copre non può far fronte alle spese di medicine e visite mediche… supplica vivamente la Signoria Vostra a volergli concedere un sussidio e si lusinga che la Signoria Vostra vorrà benignamente accogliere questa sua domanda, per riguardo al lungo e fedele servizio di quasi anni 41, non compreso quello della campagna 1848 come soldato regolare”.

A quel periodo risale una stupenda fotografia di Remigio e della sua famiglia, scattata molto probabilmente nel cortile della loro casa di Portomaggiore.


Da sinistra, vediamo Teresa, Ettore e Remigio con accanto la moglie Adele, A destra, Fabio in divisa da carabiniere e Olimpia. Seduti davanti al tavolo Alfonso e l’ultima nata Pia.

A fine Ottocento, la provincia di Ferrara era una delle aree più colpite dall'endemia malarica nel Nord Italia, a causa della massiccia presenza di paludi, acquitrini e ristagni d'acqua legati all'idrografia del delta del Po. La malattia rappresentava una vera e propria piaga sociale ed economica, legata a doppio filo all'ecosistema umido del territorio e alle abitazioni rurali precarie e insalubri, totalmente esposte all'ingresso degli insetti. L'unico presidio terapeutico efficace dell'epoca era il solfato di chinino, utilizzato sia come cura per spegnere i violenti attacchi febbrili sia come rudimentale profilassi.[16]

Il Prefetto Avv. Amour, torinese d’origine, prima di assumere la carica di prefetto, aveva lavorato a lungo nella Pubblica Sicurezza, venendo ricordato dalle cronache e dai documenti d'epoca come un funzionario molto rigido, severo e instancabile nel proprio dovere.[17] Trasmise la richiesta di Remigio a Roma e il 6 maggio 1886 il ministero rispose comunicando la concessione di un sussidio di Lire 60. Il mese dopo, Remigio compì 60 anni.

Nel frattempo, si era svolto a Venezia il processo a ventidue leader storici del movimento contadino, con l'accusa di "eccitamento alla rivolta". La difesa venne assunta da celebri giuristi e politici della sinistra radicale e socialista. Grazie a una memorabile arringa incentrata sulle condizioni di miseria assoluta in cui erano costretti a vivere i lavoratori, che descriveva gli imputati non come criminali ma vittime, la giuria emise una storica sentenza di assoluzione per tutti gli imputati, che vennero scarcerati nel tripudio popolare.

Il 19 febbraio 1887 il dottor Pianosi rilasciò a Remigio Vieri un ulteriore certificato medico, in cui dichiarava che la figlia Teresa soffriva sempre di erisipela facciale, che la figlia Pia era spesso inferma per febbri malariche ricorrenti e che il figlio Ettore di anni 19 “…fu costretto a letto dal 10 gennaio al 12 febbraio per pleurite destra acuta con essudato siero fibrinoso copiosissimo, malattia grave, che incute i più seri timori”. Remigio presentò quindi istanza al Prefetto per ottenere un nuovo sussidio “…per far fronte alle spese occorse ed ancora da sostenere”. Due mesi dopo, il 28 aprile 1887, il Prefetto inviò la richiesta di Remigio al Ministero, accompagnandola con una nota in cui aggiungeva che “…altra figlia del ricorrente a nome Olimpia trovasi presentemente ammalata di tifo senza che accenni per ora a guarire, ed oltre a ciò gli si ammalarono nuovamente di febbri malariche i figlia Aldo e Pia”. Il 6 giugno il ministero concesse nuovamente un sussidio di 60 lire.

Oltre alla malaria e alla pellagra, a fine Ottocento la provincia di Ferrara fu duramente colpita anche da gravi epidemie di febbre tifoide, una malattia infettiva legata a doppio filo alle precarie condizioni igienico-sanitarie e alla qualità delle risorse idriche del territorio. A Portomaggiore la causa primaria della febbre tifoide era l'acqua dei pozzi di superficie. Essendo la falda acquifera molto alta, le acque destinate all'uso domestico venivano costantemente infiltrate dalle deiezioni dei vicini letamai, dalle stalle e dalle latrine rudimentali.[18] I medici condotti di Portomaggiore descrivevano i pazienti colpiti da "febbre continua con calore urente alla pelle", grave debolezza, delirio e, nei casi letali, collasso intestinale o cardiaco. Il decorso della malattia oscillava solitamente tra i 14 e i 28 giorni. In condizioni ordinarie, la letalità della febbre tifoide oscillava tra il 10% e il 15% dei contagiati. Tuttavia, durante le ondate epidemiche stagionali – che a Portomaggiore toccavano l'apice nei mesi primaverili ed estivi (maggio e giugno) – la mortalità cresceva sensibilmente a causa della concomitanza con la malnutrizione.

Speranze e tragedie

Il 18 settembre 1897 Remigio Vieri, vedendo avvicinarsi l’età della pensione, prese carta e penna e dopo una probabile e lunga riflessione decise di scrivere ed inviare al nuovo Prefetto di Ferrara Dott. Comm. Emilio Manfredi una istanza per richiedere la promozione a Delegato di seconda classe.

“Eccellenza,

con la fine del marzo 1888 l’esponente va a compiere i 43 anni di non interrotto servizio ed il triennio dopo la conseguita promozione alla terza classe. Prima di risolversi a lasciare il servizio, siccome per il suo robusto e valido stato di salute si trova in grado di servire ancora per altro tempo, chiede all’Eccellenza Vostra di volerlo prendere in benigna considerazione per una promozione alla seconda classe. Se la benignità dell’Eccellenza Vostra vorrà accogliere le vive preghiere di un padre di numerosa famiglia, in considerazione anche di un lungo servizio, compresa pure la campagna dell’indipendenza italiana 1848, sarà ben lieto di servire ancora il Regio Governo, e lo porrà così nella sua vecchiaia in una men dura esistenza, ma se per sventura non potrà conseguire la desiderata promozione, sarà costretto alla fine del triennio a domandare di essere collocato a riposo, tanto più che è sempre stato costretto a rimanere in questo paese di aria insalubre, ove la sua famiglia più o meno fu attaccata da febbri, e quest’anno tre dei figli ebbero malattie serie, della durata di sei mesi, ed una figlia è tuttavia inferma da quasi sei mesi e non vi è principio di guarigione, e se non domandò il trasloco fu sempre per mancanza assoluta di mezzi”.

Portomaggiore (FE)

Il Prefetto Manfredi inoltrò l’istanza al Ministero; dopo solo una settimana giunse da Roma una fredda risposta negativa: “Si compiaccia Vostra signoria di far conoscere al Delegato di P.S. Vieri Remigio che non è possibile conferirgli per ora la desiderata promozione, giacché egli è per anzianità il 324° della sua classe, mentre l’ultimo promosso della classe medesima era iscritto al n. 166.”

Ai primi d’ottobre il Prefetto Manfredi convocò Remigio Vieri e gli comunicò la risposta giunta dal Ministero degli Interni.  La reazione di Remigio fu tale che il Prefetto in data 5 ottobre decise di inviare una relazione al Ministro degli Interni Francesco Crispi – che era contemporaneamente anche Presidente del Consiglio - per riferire la delusione di Remigio e le sue osservazioni in merito al rifiuto.

“Ho dato comunicazione al Sig. Vieri… (ed egli) mi ha risposto in questi termini:

La risposta data dal superiore ministero all’istanza del sottoscritto, oltre ad essere poco lusinghiera per lui e, senza minimamente aver intenzione di offendere la superiorità, è anche in termini molto evasivi, (lo obbliga) a rivolgersi di nuovo alla S.V.I. e farle calda preghiera, perché voglia compiacersi di chiedere al ministero il seguente chiarimento.

Nella risposta è detto che non è possibile conferire la desiderata promozione perché egli è iscritto al 324° della sua classe; nel ruolo attualmente in vigore del luglio 1886 il Vieri è iscritto al n. 238; come mai deve ora trovarsi al n. 324? Questo è quanto desidera conoscere.

Il sottoscritto sapeva che non gli toccava il turno, e nell’istanza erano espresse le ragioni per cui domandava di essere preso in benigna considerazione. Se la Signoria Vostra Illustrissima, oltre allo schiarimento sulla differenza della iscrizione, vorrà far rilevare al Ministero le altre ragioni esposte, Le sarà oltremodo grato e riconoscente.

Dopo aver riferito le osservazioni di Remigio, il Prefetto Emilio Manfredi aggiunse però alla sua relazione al Ministro la seguente considerazione finale: “Vedrà l’Eccellenza Vostra se ed in quale conto possano essere tenute le rimostranze del Delegato Sig. Vieri. Non mi pare che per i servizi che egli presta in questa provincia – quantunque lodevoli – possa meritarsi la promozione di merito: ciò potrebbe avvenire, forse, qualora risultasse al Ministero che in altra epoca avesse subito una qualche non giustificata preterizione”.

Il 14 ottobre il Ministero rispose al Prefetto di Ferrara con la seguente nota: “Si compiaccia Vostra Signoria di manifestare al Delegato di P.S. Vieri Remigio che, tenuto conto del movimento avvenuto nel personale di P.S. dopo la pubblicazione del ruolo, egli è il 160° della sua classe, e che finora il Consiglio di Amministrazione non è giunto sino a lui nella disamina dei titoli per le promozioni di merito”.

Portomaggiore (FE)

Possiamo immaginare la delusione di Remigio per questa risposta; ma non possiamo che apprezzare la sua tenacia, perché pochi mesi dopo, nel febbraio 1888, si fece rilasciare dal dottor Pianosi un nuovo certificato medico relativo allo stato di salute della figlia Olimpia, convalescente dal tifo e malata di pleurite, e del figlio Adolfo, anch’egli malato di essudato pleuritico ricorrente, sulla base del quale indirizzò il 20 febbraio 1888 al Prefetto Manfredi una nuova richiesta di sussidio:

“Eccellenza,

Vieri Remigio…nelle tristi circostanze della lunga malattia sofferta dalla figlia Olimpia d’anni 22, per la quale fu dimessa dall’ufficio di maestra elementare dal Consiglio Comunale di Ostellato, trovasi ridotto disgraziatamente in tristissime condizioni finanziarie, anche per avere da 13 mesi malato l’altro figlio Adolfo di anni 15. Egli, in tali strettezze, supplica umilmente l’Eccellenza Vostra perché si compiaccia concedergli un sussidio che valga a ristorare almeno in parte il danno immenso arrecatogli da continue disgrazie”.

Il Prefetto Emilio Manfredi, che in fondo doveva essere una persona di buon cuore, inoltrò la richiesta al Ministero, accompagnandola con queste parole: “Il Vieri è funzionario buono e zelante, ed è pur vero che in famiglia è travagliato da continue disgrazie… ritengo quindi che esso sia meritevole di uno speciale riguardo”.

Nonostante uno zelante funzionario avesse annotato sulla richiesta del Prefetto “Ebbe 60 lire nel luglio 1887!”, il Ministero accolse la richiesta e il 16 marzo 1888 concesse il solito sussidio di Lire 60.

A quel periodo risale probabilmente un’altra stupenda fotografia della famiglia Vieri, in cui Remigio compare circondato dalla moglie e dai figli. Manca solo il figlio Fabio, in servizio come Carabiniere.

Trascorsero un paio di mesi e Remigio tentò una mossa piuttosto azzardata. Nel febbraio 1887 aveva sottoscritto una nota in cui si dichiarava al corrente del divieto per gli agenti e funzionari di P.S. di procurarsi raccomandazioni fuori dalla via gerarchica. Ciononostante, Remigio si rivolse a Severino Sani, Deputato dal 1883 al Parlamento del Regno per la circoscrizione di Ferrara, e gli chiese una lettera di raccomandazione.

Il Deputato Severino Sani

L’Onorevole Sani accettò la richiesta di Remigio; scrisse la lettera di suo pugno ed il 3 maggio 1888 la inviò al Direttore del Personale di P.S. del Ministero dell’Interno:

“Vieri Remigio ha 43 anni di servizio come Delegato di P.S. Trovasi ora a Portomaggiore, Comune della Provincia di Ferrara. Il Vieri, che fu sempre un onesto e fedele funzionario, aspira ad una promozione che io credo meritata. Nei limiti della giustizia e della legge io lo raccomando caldamente alla S.V.I.”

Nel fascicolo personale di Remigio è presente una copia della risposta che il Ministero inviò all’Onorevole Sani:

“Onorevole signor Deputato,

Il Delegato di P.S. Sig. Remigio Vieri, che Ella raccomanda, è preceduto nella sua classe da circa 140 colleghi di lui più anziani, e non può quindi ottenere, per ora almeno, la promozione. A tempo opportuno, si sottoporranno tutti gli atti che lo riguardano al Consiglio di Amministrazione del Personale di P.S., il quale è competente a pronunciarsi in fatto di avanzamenti e gli sarà usato il trattamento che potrà meritare”.

Era trascorso poco più di un mese quando la vita di Remigio e della sua famiglia a Portomaggiore fu purtroppo funestata da una tragedia: il 7 giugno 1888 il quinto figlio, Adolfo, che era sempre stato di salute cagionevole, morì a soli 15 anni d’età per tifo miliare.  

Il termine tifo miliare, una diagnosi storica usata nei secoli passati, indicava la concomitanza della febbre tifoide con un'abbondante eruzione cutanea formata da piccole vescicole puntiformi pruriginose. Il tifo miliare è celebre per essere stato indicato sul certificato ufficiale come causa della morte del compositore Wolfgang Amadeus Mozart nel 1791.

È lo stesso Remigio il 14 giugno 1888 a dare notizia della scomparsa del figlio al Prefetto Manfredi, inviando una richiesta di sussidio accompagnata dal certificato medico del dottor Pianosi.

“Eccellenza, Vieri Remigio, servo devotissimo della Eccellenza Vostra, con tutto l’ossequio espone. Da circa 18 mesi a questa parte venne tartassato da malattie serie in famiglia… il figlio Adolfo, di anni 15 compiuti, in più riprese da 16 mesi fu affetto da pleurite con recidiva e da piaga scrofolosa alla mano sinistra, e quando credeva di vederne un miglioramento, come sembrava, veniva di recente attaccato da tifo complicato e miliare, pel che nel mattino del 7 corrente cessava di vivere”. 

Firma di Remigio Vieri

Il Prefetto Emilio Manfredi inoltrò la richiesta al Ministro dell’Interno accompagnandola con queste parole: “…il Vieri è funzionario buono, diligente, continuamente bersagliato da sventure domestiche, fra le quali segnalo all’Eccellenza Vostra la morte di un figlio…a mio subordinato avviso è meritevole di speciale considerazione.”  Il 20 luglio 1888 il Ministero concesse il consueto sussidio di Lire 60.

La pensione

Trascorse l’estate, venne l’autunno. Il 16 ottobre 1888 Remigio Vieri decise che era giunto il momento di andare in pensione. Così scrisse al Prefetto Manfredi:

“Eccellenza,

Vieri Remigio… avendo ormai compiuto 44 anni di non interrotto servizio, compreso l’anno della campagna per l’indipendenza italiana 1848 come soldato regolare, ed avendo altresì compiuto il triennio dell’ultima promozione col 31 marzo corrente anno, e vedendo ancor lontana la promozione a Delegato di seconda classe… così chiede all’Eccellenza Vostra di essere collocato a riposo pel conseguimento della pensione che può spettargli a senso di legge”.

Remigio accompagnò però la richiesta con questa nota di accompagnamento:

“Se la Signoria Vostra Illustrissima volesse compiacersi di far conoscere al Ministero, che se a caso volesse accogliere la domanda di traslocarlo in una delle Prefetture di Siena, Pisa o Lucca, ove intende di rimanere anche da pensionato, sarebbe disposto di servire per altro tempo ancora; diversamente chiede il riposo, e intende di trasferire il proprio domicilio nella città di Lucca, non volendo più oltre rimanere in questo paese ove la sua famiglia fu di frequente tartassata da febbri malariche ed altre malattie gravi, e or non è molto gli moriva un figlio di oltre 15 anni, per cui è giusta la sua richiesta essendo ormai 18 anni che si trova a Portomaggiore”.

Il Prefetto Manfredi informò il Ministero, che il 5 novembre 1888 rispose, accettando la richiesta e decretando il trasferimento di Vieri Remigio a Lucca, “…ove dovrà trasferirsi nel termine di 15 giorni”.

Trasferimento a Lucca

Il 17 novembre 1888, Remigio Vieri lasciò quindi definitivamente l’ufficio distaccato di Portomaggiore, ove fu sostituito dal Delegato Mario Franzaroli, e partì per Lucca con la famiglia. La moglie Adele aveva 55 anni, 24 anni la figlia Teresa, 23 Olimpia, 20 Ettore e 10 l’ultimogenita Pia. Il figlio maggiore Fabio continuava il suo servizio nell’Arma dei Carabinieri.

Remigio prese quindi servizio presso la Prefettura di Lucca, che aveva sede all'interno del Palazzo Ducale, situato in Piazza Napoleone. Il Prefetto era il Commendator Francesco Paternostro.

Il Prefetto Paternostro

Francesco Paternostro (Corleone, 18 febbraio 1840 – Roma, 5 dicembre 1913) è stato un politico e prefetto italiano. Nato da nobile famiglia corleonese, Paternostro è stato dottore in legge e ha ricoperto diverse cariche politiche, tra cui quella di prefetto di Lucca. È stato anche deputato per quattro legislature e ha avuto un ruolo significativo nella Corte dei Conti.[19]

Il Palazzo della Prefettura a Lucca

Il 20 marzo 1889, avendo saputo che l’ufficio distaccato di Borgo a Mozzano era rimasto vacante, Remigio avanzò richiesta per esservi trasferito, “…per avvicinarsi alla propria figlia (Olimpia, ndr) che è stata nominata Maestra nell’attiguo comune dei Bagni di Lucca”. Il ministero rispose il 31 marzo che l’ufficio distaccato di Borgo a Mozzano sarebbe stato soppresso e che pertanto non era possibile dar seguito alla richiesta.

Il resto dell’anno 1889 ed i primi mesi del 1890 trascorsero tranquillamente per Remigio Vieri, in servizio alla Prefettura di Lucca. L’8 aprile 1890 fu però il Ministero dell’Interno a rivolgersi al Prefetto di Lucca Commendator Paternostro:

“Il Delegato Vieri Remigio fece conoscere nell’ottobre 1888 al Ministero che se fosse stato mandato in codesta provincia, avrebbe chiesto il collocamento a riposo, perché egli contava di stabilirsi in detta città. Il ministero assecondò i desideri di lui e lo destinò a codesto ufficio provinciale. Risultando che il Vieri ha 64 anni d’età e ne conta oltre 40 di servizio utili per la pensione, la S.V. vorrà invitarlo a farne tosto regolare domanda, avvertendolo che altrimenti verrà provveduto d’ufficio nel prossimo esercizio finanziario”.

Il Prefetto Paternostro incaricò quindi l’Ispettore Antonio Bonanno, superiore diretto di Remigio, di informarlo della richiesta ricevuta dal Ministero, cosa che Bonanno fece nei giorni seguenti. Dopo il colloquio, il 12 aprile 1890, Remigio prese carta e penna e così scrisse al suo superiore:

“Illustrissimo Sig. Ispettore,

ricevuta la comunicazione del Ministero, la prego di far conoscere al Sig. Prefetto, e questi al Ministero, che nell’ottobre 1888 chiesi di essere traslocato da Portomaggiore a causa delle frequenti malattie cui andavano soggetti i figli in quell’aria insalubre, ed uno di questi cessava di vivere… Avendomelo il Ministero accordato, intesi di proseguire nel servizio, perché numerosa è ancora la famiglia in confronto dello stipendio, avendo sempre condotti una vita piena di sacrifici e di tribolazioni per non commettere cose illecite o debiti vergognosi.

Avendo il figlio Ettore di anni 22, che per gracilità fu riformato e non poté arruolarsi come militare, come egli desiderava, ora si dette allo studio per crearsi una posizione atta a dargli da vivere… se lo stipendio venisse per avventura a diminuire, non potrei far proseguire gli studi al figlio, per cui la prego di far conoscere che la risoluzione che si vuole prendere a mio riguardo venga sospesa, fino a che non possa ver sistemato il figlio.

Sebbene conti l’età di 64 anni, mi sento in grado di sostenere le attribuzioni affidatemi, ed ho la coscienza di aver lavorato e di lavorare al pari degli altri colleghi.

Quando il Ministero volesse, contro il mio desiderio, persistere nel collocarmi a riposo, chiedo che mi venga dato un sussidio mensile fino a che non sia liquidata la pensione, non avendo nessun appoggio e verun mezzo per vivere”.

Immaginiamo che l’Ispettore Bonanno non avesse preso molto bene la richiesta di Remigio e che nel corso del colloquio lo avesse probabilmente denigrato o umiliato. Questa ipotesi deriva dal fatto che Remigio, dopo una notte sicuramente agitata, essendo molto scosso e preoccupato, il mattino seguente decise di inviare al Direttore Generale della P.S. presso il Ministero dell’Interno un ricorso “…avvalendosi della facoltà concessa dalla circolare n. 3066 di codesto Ministero in data 22 marzo 1869”. 

“Quando un funzionario – scrive Remigio nel ricorso inviato il 13 aprile 1890, – viene ad esser rappresentato al Superior Governo come inetto e non più utile al servizio, e che perciò se ne propone il suo collocamento a riposo, che crede di non meritare, sia lecito difendersi ed esporre le proprie ragioni al Superiore che deve decidere della sua sorte, perché le giudichi con la sua imparzialità”.

“Trasferito nel novembre 1888 da Portomaggiore a Lucca, - prosegue Remigio - gli venne affidata la polizia giudiziaria, i registri biografici, i provvedimenti penali, le circolari per richieste d’arresto e revoche, il registro dei catturandi, i certificati di povertà e conciliazioni, attribuzioni che esercitò fino a tutto il 1889, ma questo non basta, anche le statistiche mensili e bimestrali, che davano perditempo e pazienza, e con tutto ciò il Sig. Cav. Bonanno non se ne mostrò contento. Col 1° del corrente anno gli affidò i seguenti affari: registro delle denunzie dei forestieri, licenze per gli esercizi di mestieri ambulanti, circolari di rintraccio e di arresto, conciliazioni, vetture pubbliche. Queste attribuzioni non solo vennero disimpegnate dal sottoscritto, ma anche i certificati di povertà, l’apposizione del visto per l’Ispettore ai Registri dei Prestiti Privati, e le informazioni da richiedersi per coloro che domandavano i permessi di porto d’armi e caccia… cose tutte, quando piacesse al Superior Ministero di far verificare, che furono da esso disimpegnate. Si deve pertanto argomentare pure in questa parte che il Sig. Cav. Bonanno non se ne sarebbe accontentato, mentre lo propone pel riposo”.

Ed è a questo punto del ricorso che Remigio svela un retroscena alquanto spinoso e ne accusa direttamente il suo diretto superiore.

“Il sottoscritto ha la coscienza di aver adempiuti e di adempiere i suoi doveri d’ufficio e quelli ancora di privato cittadino. Dopo che ricevette la comunicazione che lo invitava a far domanda pel collocamento a riposo, se ne lagnò col Sig. Bonanno, il quale credé di sdebitarsene coll’attribuirne la colpa al Sig. Prefetto Paternostro, perché odiava il sottoscritto e suo figlio Ettore, il quale fu al suo servizio in qualità di cameriere per mesi tre e mezzo, ed aveva risposto male alla sua signora, che poi questa verificò la cosa e ne dette la colpa alla cameriera. Lo scrivente è ben lungi dal dubitare una simile azione dal Sig. Paternostro, anche se il figlio avesse torto, ne volesse perciò far colpa al padre, e bisognerebbe essere molto ingenui per non sapere che le proposte si fanno dal capufficio”.

“Quando al Ministero piacesse di verificare le cose, e crederà di avere nel Vieri un funzionario che adempie ai propri doveri, egli proseguirà a servire lo Stato…ma quando lo stesso Ministero dovesse credere che in lui ha un funzionario inetto e non più utile al servizio, e trattenuto per pura commiserazione, egli ama piuttosto di essere messo a riposo”.

Prefettura di Lucca

Come è facile immaginare, il ricorso di un semplice Delegato di terza classe nei confronti di un Ispettore non venne preso in nessuna considerazione. Tra il 1890 e gli anni successivi, l'Ispettore Bonanno divenne noto per essere il "braccio operativo" del controllo politico a Lucca. In quel periodo sorvegliava e segnalava alla Procura del Re i discorsi pubblici di stampo repubblicano, democratico, socialista o contrari alla Legge delle Guarentigie. Nei primi anni del Novecento, la sua figura compare nei registri processuali del tribunale di Lucca in celebri dibattimenti locali, come i processi contro esponenti democratici.[20] Se il Prefetto Paternostro o il Ministero dovevano prendere le parti di qualcuno, questo non era certo il Delegato Remigio Vieri. Per Remigio Vieri partì dunque la procedura di collocamento a riposo a partire dal 1° luglio 1890.

Il 21 aprile 1890 la Divisione Pensioni della Corte dei Conti chiese il suo stato di servizio per procedere alla liquidazione; il Ministero dell’Interno chiese alla Prefettura di Siena di inviare un certificato di nascita di Remigio e alle Prefetture di Pavia, Ferrara e Lucca di comunicare se Remigio avesse lasciato debiti verso l’Erario in dipendenza delle funzioni esercitate. Le risposte a questa richiesta furono negative.

Nel frattempo, a Lucca era cambiato il Prefetto, il Gran Ufficiale Giovanni Giura aveva sostituito il Commendator Paternostro. Il 23 giugno 1890 Remigio inviò una istanza al Prefetto Giura affinché rinnovasse al Ministero la richiesta “…di una anticipazione mensile sulla pensione, fino a che questa non sia stata liquidata”. Il nuovo Prefetto trasmise la richiesta, raccomandandone l’accettazione, ma il Ministero la respinse, spiegando che una tale richiesta andava inviata al Procuratore Generale della Corte dei Conti.

Il 19 luglio 1890 Remigio inviò direttamente al Ministero un’ulteriore richiesta per ottenere un sussidio, come già chiesto ad aprile: “Il sottoscritto, già Delegato di P.S., essendo stato collocato a riposo col 1° Luglio corrente, non può alla fine di questo fare assegno né sulla pensione, né su un acconto mensile, a causa del ritardo della consegna del Reale Decreto di collocamento a riposo… non avendo nessun altra risorsa, la famiglia del sottoscritto, composta da cinque persone,  si troverebbe nella più squallida miseria venendogli a mancare il chiesto sussidio… nella piena fiducia che l’innata bontà della S.V.I. voglia concederglielo”.

Panorama di Lucca

Non ricevendo risposta, il 28 luglio 1890 Remigio rinnovò la richiesta, inviandola al Prefetto Giura, che la trasmise al Ministero accompagnandola con queste parole: “Nell’inviare tale istanza, mi permetto di raccomandarla caldamente… il Vieri si ritrova in condizioni finanziarie dolorose e non ha, per essere privo di beni di fortuna, modo alcuno di provvedere ai giornalieri bisogni suoi e della numerosa famiglia. La lunga e onorata carriera di questo funzionario sembrami che, assieme alle sue misere condizioni del momento, sia titolo sufficiente per ottenergli un generoso soccorso, che gli renderà anche meno penosa la misura presa a suo riguardo, la quale sebbene richiesta da imperiose ragioni di servizio non cessa di essere per lui di grave danno economico”.

Il 13 agosto 1890 il Ministero rispose al Prefetto comunicando la concessione “in via affatto eccezionale” al già Delegato di P.S. Remigio Vieri di un sussidio di Lire 60. Per eventuali anticipi sulla pensione si ribadiva quanto già comunicato a giugno e cioè che la domanda andava fatta alla corte dei Conti.

Non sappiamo quale fu la reazione di Remigio e quando finalmente gli fu liquidata la tanto attesa pensione: il fascicolo ritrovato all’Archivio Centrale dello Stato in Roma termina qui, con quest’ultima risposta del Ministero. 

Epilogo

Da altre ricerche effettuate presso l’Archivio Storico del Comune di Pisa, ho scoperto che Remigio con la famiglia nell’estate 1890 si spostò da Lucca a Rosignano Marittimo, dove il figlio maggiore Fabio, che nel frattempo si era congedato dall’arma dei Carabinieri ed aveva intrapreso la carriera di maestro elementare, si era trasferito e insegnava. Olimpia rimase a Bagni di Lucca dove lavorava anch’essa come maestra.

Nell’autunno 1890 Remigio decise un nuovo definitivo trasferimento, da Rosignano Marittimo a Pisa. Andò ad abitare con la moglie e i figli Ettore, Teresa e Pia in una abitazione di Via San Paolo 23, dietro alla Chiesa di San Paolo in Ripa d’Arno, detta anche il Duomo Vecchio. 

Chiesa di S.Paolo in Ripa d'Arno a Pisa

Il 10 dicembre 1890 la figlia Teresa, a 26 anni, si sposò in Comune a Pisa con il coetaneo Sesto Bartolini, un figurinaio originario di Limano, frazione di Bagni di Lucca, che aveva molto probabilmente conosciuto durante gli anni vissuti a Lucca. Teresa e Sesto sono i miei bisnonni. Al momento del matrimonio, Teresa era incinta; nella primavera del 1891 Sesto e Teresa si trasferirono a Roma, dove il 13 aprile 1891, in un appartamento di Via Alfredo Cappellini 3, Teresa partorì il primo nipotino di Remigio, che fu chiamato Manlio Jacopo. Remigio divenne così per la prima volta nonno, all’età di 64 anni compiuti.

Il piccolo Manlio Jacopo visse però poco più di un anno: morì a Limano il 5 maggio 1892. Teresa e Sesto tornarono a vivere a Pisa e il 13 marzo 1893, nella casa di Via San Paolo 23, Teresa partorì la loro seconda figlia, che fu chiamata Zoe. Nell’inverno 1894/1895 Teresa e Sesto decisero di trasferirsi a Bucarest, in Romania, nazione allora in via di sviluppo e che offriva buone possibilità lavorative.

Il 10 aprile 1895 la figlia Olimpia a 29 anni si sposò a Bagni di Lucca con Carlo Fabbri. Il figlio Ettore, terminati gli studi, aveva intrapreso anch’egli la carriera di insegnante elementare a Castellina Marittima. 

A Pisa, nella casa in Via San Paolo, Remigio rimase a vivere con la moglie Adele e la figlia minore Pia. Nel 1896 nacque a Bucarest un altro nipotino di Remigio, Corrado, seguito nel 1898 da Manlio. Nonna Adele Ticci era destinata però a non vedere mai questi ultimi due nipotini: morì improvvisamente a Pisa, nella casa di Via San Paolo 23, il 17 gennaio 1899, all’età di soli 65 anni.

Il 4 ottobre 1899 il figlio Ettore, a 31 anni, si sposò a Castellina Marittima con Annita Mori; il 31 ottobre 1900 anche la figlia Pia, a 22 anni, si sposò a Pisa con Adolfo Boschi, un vedovo di 36 anni.

Remigio Vieri, rimasto vedovo e solo, a 72 anni andò a vivere a Pisa con la figlia Pia, dapprima in una casa di via S. Lorenzo 4, al terzo piano, e poi in Via S. Cecilia 17. Il 29 luglio del 1900 giunse a Pisa la notizia dell’assassinio a Monza del Re Umberto II. Il figlio Vittorio Emanuele III divenne il nuovo Re. 

Nella casa di Via santa Cecilia, il 13 luglio 1901 Remigio divenne ancora una volta nonno: nacque Bianca, figlia di Pia e Adolfo Boschi; tre mesi dopo, il 12 ottobre 1901, nacque a Castellina Marittima anche Fedora, prima figlia di Ettore e Annita. A Pisa, la famiglia Boschi - Vieri si trasferì in un appartamento al secondo piano di Via San Michele 349 ed infine in un altro appartamento in Via Sant’Andrea al n.18. 

In quest’ultima casa, alla veneranda età di 76 anni, alle ore 12.35 del 24 novembre 1902, Remigio Vieri morì.  La denuncia di morte fu presentata al Comune di Pisa dal figlio Fabio e dal genero Adolfo Boschi. Il funerale fu celebrato nei giorni successivi. Malgrado varie ricerche, non ho trovato notizie sulla sua sepoltura.

Atto di Morte di Remigio Vieri

Nella sua lunga e intensa vita, Remigio Vieri è stato anzitutto un fiero protagonista della stagione risorgimentale, contribuendo in prima linea alla nascita del Regno d’Italia come giovane volontario nella prima guerra d’indipendenza. In seguito, nel corso di una pluriennale e stimata carriera come funzionario di Pubblica Sicurezza per il Ministero dell’Interno, ha conosciuto da vicino le mille sfaccettature e le profonde complessità del neonato Stato italiano, sperimentando in prima persona le tensioni, i sacrifici e i grandi contrasti che hanno segnato la fine dell’Ottocento. Ho voluto ricostruire l'intreccio della sua vicenda umana e professionale non solo a beneficio dei suoi numerosi discendenti, affinché riscoprano le proprie radici, ma anche per custodire e preservare la sua preziosa memoria, affinché non vada perduta.

>oooo<

Dimenticare i propri antenati significa essere un ruscello senza sorgente, un albero senza radici.

(Proverbio cinese)




Ringraziamenti :

Non sarebbe stato possibile svolgere questa richiesta senza il fondamentale aiuto di:
  • Archivio Centrale dello Stato in Roma
  • Archivio di Stato di Lucca
  • Archivio Storico del Comune di Pisa
  • Ufficio Anagrafe dei Comuni di Copparo e Portomaggiore
  • Andrea Paperini di Livorno

Note :

[1] Wikipedia

[2] https://ilkiblog.blogspot.com

[3] https://www.toscana-notizie.it

[4] https://www.empoliestoria.it/

[5] https://www.ilpostalista.it/toscana/_pdf/169.pdf pag. 19

[6] Archivio di Stato di Lucca, fondo Prefettura del Compartimento di Lucca 702, n. prot. 1345, anno 1861

[7] Archivio di Stato di Lucca, fondo Prefettura del Compartimento di Lucca 855, n. prot. 15229, anno 1863

[8] Legge 20 marzo 1865, n. 2248

[9] https://iris.univr.it/retrieve/e14ff6e2-eb7b-0209-e053-6605fe0ad24c/Dilemmi_Tesi_dottorato.pdf

[10] https://www.legacoopestense.coop/memoriedalpopolo/timeline/la-nascita-del-movimento-bracciantile/

[11] https://doi.org/10.4000/mefrim.3322

[12] https://www.historiaetius.eu/uploads/5/9/4/8/5948821/agri_22.pdf

[13] https://www.articolozero.org/la-boje/

[14] https://it.wikipedia.org/wiki/La_Boje

[15] https://www.lavigna.it/file/1138-bollettino-29.pdf

[16] https://iris.unife.it/handle/11392/2289629

[17] www.voxmilitiae.it

[18] https://www.ottocentoferrarese.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=84

[19] Wikipedia

[20] https://www.isreclucca.it/wp-content/uploads/2023/03/DS_23-24-A.pdf


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